Le nuove dichiarazioni dei collaboratori di giustizia ricostruiscono il ruolo del genero del boss Ernesto Ferone e gli equilibri criminali tra Casavatore e Arzano
Le accuse dei collaboratori di giustizia delineano il profilo di Elpidio Patricelli, detto “‘o gemello”, genero del boss Ernesto “Ernestino” Ferone, ritenuto uno dei principali uomini d’azione del clan. Dai verbali emergono intimidazioni contro i familiari dei pentiti, “stese” di avvertimento, scontri per il controllo dello spaccio e difficoltà economiche del gruppo criminale legato agli Amato-Pagano.
Il clan Ferone e il controllo criminale di Casavatore
Per anni il clan guidato da Ernesto “Ernestino” Ferone ha rappresentato uno dei principali punti di riferimento della criminalità organizzata nell’area di Casavatore. Storicamente vicino all’orbita degli Amato-Pagano, il gruppo avrebbe consolidato il proprio potere attraverso il controllo delle piazze di spaccio, delle estorsioni e dell’imposizione della propria autorità sul territorio.
Secondo le ricostruzioni della Direzione Distrettuale Antimafia, un ruolo sempre più rilevante sarebbe stato assunto dal genero del capoclan, Elpidio Patricelli, conosciuto negli ambienti criminali come “‘o gemello”, indicato da diversi collaboratori di giustizia come uno degli uomini più fidati di Ferone e tra i principali esecutori delle decisioni del sodalizio.
Le indagini hanno ricostruito anche il presunto clima di terrore imposto dal gruppo per impedire le collaborazioni con la giustizia. Tra gli episodi più inquietanti figurano le intimidazioni ai familiari dei pentiti, con bottiglie di benzina e colla lasciate davanti alle abitazioni e messaggi dal chiaro significato mafioso, finalizzati – secondo gli inquirenti – a costringere i collaboratori a ritrattare le proprie dichiarazioni.
I pentiti descrivono Patricelli: “Sparava senza esitazione”
Le accuse nei confronti di Patricelli non si fermano alle dichiarazioni già rese dal collaboratore Antonio Abate.
A delinearne il profilo criminale contribuiscono anche altri pentiti. Tra questi Domenico Esposito, che nel verbale del 30 marzo 2017 descrive “‘o gemello” come un uomo d’azione particolarmente violento, capace di fare ricorso alle armi senza alcuna esitazione pur di affermare il predominio del clan.
Una figura che, secondo gli investigatori, avrebbe incarnato il braccio operativo della famiglia Ferone, garantendo il controllo del territorio attraverso intimidazioni e uso sistematico della forza.
Le tensioni con Arzano e la guerra per le piazze di spaccio
Le dichiarazioni dei collaboratori raccontano anche un’organizzazione tutt’altro che stabile.
Nonostante il rafforzamento del gruppo criminale sotto la guida di Ferone e con il contributo di Patricelli, gli equilibri nell’hinterland napoletano erano continuamente messi in discussione dalle rivalità con altri gruppi interessati al controllo del traffico di stupefacenti.
A ricostruire una delle fasi più delicate è il collaboratore Pasquale Cristiano, detto “Picstik”, imputato nel processo sulla faida di Arzano.
Nel maggio 2022 il pentito ha ricordato una violenta discussione avuta con Patricelli subito dopo la sua scarcerazione.
Secondo il suo racconto, il confronto degenerò rapidamente fino a culminare in una “stesa” di motocicli, tradizionale azione intimidatoria della camorra, seguita da un ulteriore incontro nel quale Patricelli gli avrebbe ribadito che ad Arzano il controllo del traffico di droga apparteneva esclusivamente al suo gruppo, intimandogli di non effettuare attività di spaccio sul territorio.
Un episodio che gli inquirenti ritengono emblematico delle continue tensioni tra le organizzazioni criminali per la spartizione delle piazze di vendita della droga.
Il racconto di Roselli: “Non erano buoni pagatori”
A completare il quadro investigativo arrivano anche le dichiarazioni del collaboratore Salvatore Roselli, rese nel maggio 2023.
Il pentito conferma la posizione di rilievo ricoperta da Patricelli all’interno della famiglia Ferone, ricordando anche un suo intervento per sedare una lite nata proprio a seguito di una “stesa” di motorini.
Ma è soprattutto sul piano economico che il racconto offre nuovi elementi.
Secondo Roselli, il gruppo di Casavatore non sarebbe mai riuscito a raggiungere un’elevata capacità operativa nel traffico di stupefacenti. I rifornimenti dai cosiddetti “melitesi”, esponenti del clan Amato-Pagano, sarebbero stati limitati a quantitativi modesti, nell’ordine di un chilogrammo di droga al mese.
Ancora più significativo il riferimento alle difficoltà finanziarie del sodalizio, descritto come incapace di rispettare gli impegni economici con i fornitori di stupefacenti. Una situazione che avrebbe alimentato malumori tra gli stessi alleati e che, secondo il collaboratore, nasconde ulteriori retroscena investigativi sui quali ha annunciato di voler fornire altri particolari ai magistrati.
Un mosaico accusatorio costruito da più collaboratori
Le dichiarazioni di Esposito, Cristiano e Roselli si affiancano a quelle già acquisite dagli investigatori e contribuiscono a delineare un quadro accusatorio sempre più articolato nei confronti del clan Ferone.
Verbali che raccontano un’organizzazione capace di governare il territorio attraverso intimidazioni, spedizioni punitive e imposizioni sulle piazze di spaccio, ma che, allo stesso tempo, avrebbe dovuto fare i conti con tensioni interne, difficoltà economiche e continui contrasti con gli altri gruppi camorristici dell’area nord di Napoli.
