Napoli, appello dimezza la pena: resta la condanna per abbandono di persona incapace, ma senza l’aggravante legata alla morte
Napoli, notte tra il 30 settembre e l’1 ottobre 2022. Vittorio Pironcini perde la vita dopo aver consumato sostanze stupefacenti, e al centro di questa vicenda finisce Casic Ikez, noto anche come Alex Zarov, accusato di non aver fornito assistenza all’amico durante un momento di grave malessere. La dinamica notturna e le conseguenze giudiziarie hanno attraversato due gradi di giudizio, con una svolta significativa in appello. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la morte resta epilogo della vicenda, ma la lettura della responsabilità penale cambia.
Dalle ricostruzioni emerse nel corso dell’indagine emerge che Pironcini e Ikez trascorsero insieme diverse ore durante le quali, secondo l’accusa, l’amico avrebbe visto peggiorare le sue condizioni. Le autopsie e gli esami tossicologici hanno collegato la morte agli effetti delle sostanze assunte. Tuttavia, l’aspetto centrale della vicenda non è solo la causa della morte, ma il comportamento tenuto dall’imputato quando Pironcini aveva bisogno di assistenza, tema su cui si è concentrata la dibattimento giudiziario.
La difesa ha avanzato una versione diversa, sostenuta dall’avvocato Guendalina Chiesi del Foro di Roma: Casic avrebbe cercato di intervenire, praticando la respirazione bocca a bocca e tentando di rianimare l’amico. La ricostruzione proseguirebbe con un accompagnamento di Pironcini verso il SerD per ottenere assistenza, e con la chiamata del servizio di emergenza 118. Secondo l’interpretazione difensiva, tali comportamenti avrebbero giustificato una lettura diversa della responsabilità penale.
In primo grado, la Corte di Assise aveva ritenuto Casic Ikez responsabile di abbandono di persona incapace aggravato dall’evento morte, fissando la pena a 3 anni e 8 mesi di reclusione. La contestazione non riguardava esclusivamente l’atto di abbandono, ma conteneva anche l’aggravante legata al decesso dell’amico, elemento che avrebbe reso più grave la condotta all’esito del processo.
Oggi, l’esito dell’Appello ha invertito parzialmente questa lettura. La Corte di Assise di appello ha escluso l’aggravante dell’evento morte, determinando una riduzione della pena: da 3 anni e 8 mesi si è passati a 1 anno e 6 mesi di reclusione. Rimane confermata la responsabilità per il reato di abbandono di persona incapace, ma senza la componente legata alla morte come aggravante. La differenza è sostanziale: la morte resta un tragico epilogo, ma non viene attribuita all’imputato come aggravante penale.
«L’evento morte non può essere posto a carico dell’imputato», ha commentato l’avvocato Chiesi, sottolineando la “significativa riforma” rispetto al primo grado. La sentenza di secondo grado, pur mantenendo la gravità della condotta di abbandono, separa formalmente l’elemento causale della morte dall’atto di assistenza contestato, cambiando la prospettiva della responsabilità penale riconosciuta.
La vicenda resta comunque un esempio emblematico di come, nell’ambito della criminalità comune, la giurisprudenza debba interprete la linea tra responsabilità individuale e la realtà di una notte segnata da un tragico esito sanitario. Pironcini non torna a macchia d’enne, ma la sentenza odierna ridefinisce cosa possa o non possa essere attribuito all’imputato in termini di aggravanti e di grado di colpevolezza. La ricostruzione della notte fondamentale per comprendere la dinamica resta al centro del caso, con la morte come sfondo, ma non, al momento, come elemento qualificante la pena per l’imputato.
