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Cronaca Giudiziaria

Napoli-Bari: caporalato e corruzione nei cantieri dell’AV, nell’inchiesta tra amianto e calcestruzzo depotenziato

Napoli-Bari: dentro l’inchiesta che svela il lato oscuro dei subappalti Alle basi del cantiere dell’Alta Velocità Napoli-Bari si intrecciano denaro contante, appalti scomposti e un accesso privilegiato alle procedure di controllo. L’indagine della Guardia di Finanza…

Napoli-Bari: caporalato e corruzione nei cantieri dell’AV, nell’inchiesta tra amianto e calcestruzzo depotenziato

Napoli-Bari: dentro l’inchiesta che svela il lato oscuro dei subappalti

Alle basi del cantiere dell’Alta Velocità Napoli-Bari si intrecciano denaro contante, appalti scomposti e un accesso privilegiato alle procedure di controllo. L’indagine della Guardia di Finanza di Napoli, coordinata dalla Procura, ha messo in luce un meccanismo tentacolare: venti misure cautelari eseguite contro un network di imprenditori e funzionari pubblici, al centro del quale emergono rapporti torbidi tra la Areco e i tecnici responsabili dei collaudi. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, il quadro scavato dall’inchiesta dipinge una saldatura spregiudicata tra interessi economici privati e potere pubblico, in grado di modificare la realtà tecnica delle opere per garantire profitti illeciti.

I protagonisti principali dell’inchiesta sono i fratelli Dante e Raffaele Salzillo, descritti attraverso le intercettazioni come interlocutori “senza filtri” di figure istituzionali. Tra i nomi citati, quello di Alessio De Luca, direttore del Nacav, finisce al centro di una dinamica discutibile che veniva osservata con una certa avvilente chiarezza: la percezione di una rete di passaggi di denaro, regalie e regimi di favore che avrebbero facilitato l’esecuzione di opere o la loro certificazione. «Quello è un mangione, prende soldi da tutte le parti», si legge tra le parole dei Salzillo riferendosi proprio al funzionario. E quando si chiede: «Tu glieli hai dati?», la risposta arriva secca: «Uhhh» (una conferma non dichiarata, secondo l’interpretazione degli inquirenti). Così si delineano gli snodi del “bancomat dei collaudi” che possono aver pesato sulle verifiche tecniche e amministrative.

L’ordinanza offre una galleria di episodi concreti: bonifici per l’acquisto di una quota di un appartamento a Roccaraso, una busta da 5.000 euro consegnata a un rappresentante di Hirpinia Av, regali e passaggi di valore che si snodano tra conti correnti, regali natalizi e piccoli grandi luxuries, tra cui orologi di pregio, viaggi in crociera e automobili di lusso. Il linguaggio contabile si intreccia con la descrizione di pratiche discutibili, suggestive di una gestione contabile che mirava a mascherare l’effettiva natura degli interventi e a dribblare controlli e responsabilità.

La dimensione criminale dell’indagine va oltre la corruzione amministrativa e tocca la sicurezza delle opere: dalle gallerie irpine emergono pratiche che mettono a rischio la tenuta del cantiere. Una parte dell’inchiesta riguarda l’uso di calcestruzzo depotenziato fornito da un noto fornitore, con l’obiettivo di contenere i costi a danno della solidità strutturale. E sul versante ambientale, Grottaminarda diventa lo scenario di fatti anomali nell’immagazzinamento e nello smaltimento dei detriti: i rifiuti, descritti come contaminati da amianto, venivano declassificati per passare come ordinari, aggirando così norme e procedure di sicurezza.

La pagina umana della vicenda non è meno inquietante: 34 operai egiziani, irregolari o clandestini, venivano costretti a turni massacranti — fino a venti ore al giorno — all’interno delle gallerie, alloggiati in condizioni precarie e trattati con una durezza che ha spinto gli inquirenti a parlare di una forma di schiavitù moderna. L’intermediario, Ali Salah Ali Abdelati, avrebbe tratto profitto da questa situazione, con stime di reddito illecito molto elevate. L’inchiesta abbraccia anche il capitolo fiscale e nautico: tra gli indagati figura Antonio Amato, amministratore di Nauticamato e presidente dei Giovani Imprenditori dell’Unione Industriali di Napoli, accusato di presunte fatture false legate alla vendita della barca It alimarine 38; Amato ha negato ogni addebito.

L’indagine, per ora, prosegue: l’alea riguarda anche contatti tra operatori della filiera e soggetti ritenuti vicini al clan Belforte di Marcianise, anche se il giudice non ha riconosciuto l’aggravante mafiosa. E, sebbene il progetto dell’AV Napoli-Bari proceda verso il traguardo della modernità, la magistratura lascia intendere la necessità di bonificare cantieri e filiera da “veleni” di un sistema che antepone il profitto illecito alla sicurezza collettiva.

Resta da chiarire l’equilibrio tra responsabilità e innocenza di chi è coinvolto, così come le dinamiche precise che hanno permesso tali pratiche. L’inchiesta, fin qui, offre una cornice di fatti, ma continua a chiedere risposte su come e perché tali meccanismi abbiano potuto prosperare nel contesto di una grande opera pubblica e di una filiera che avrebbe potuto ignorare i limiti della legalità.

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