La Corte d’Appello di Napoli spazza via ogni accusa per la presunta reggente della cassa del clan del rione Sanità. Decisiva la linea difensiva dell’avvocato Andrea Imperato, che ha smontato il castello indiziario basato su intercettazioni e dichiarazioni di pentiti, suggellando il doppio annullamento della Cassazione.
Si chiude con un punto fermo, un’assoluzione tombale che spazza via anni di detenzione, ombre e battaglie in aula: Addolorata Staterini, nota alle cronache giudiziarie come “lady Vastarella”, è stata definitivamente prosciolta. A pronunciare la sentenza di assoluzione totale è stata la Corte d’Appello di Napoli, chiamata a esprimersi a seguito dell’ennesimo rinvio disposto dalla Corte di Cassazione. Un verdetto che accoglie in pieno la linea sostenuta fin dal primo momento dal difensore di fiducia, l’avvocato Andrea Imperato.
l blitz del 2018 e il teorema accusatorio
Per comprendere il peso della decisione odierna, bisogna riavvolgere il nastro fino al blitz del 2018, l’operazione di Polizia e Carabinieri che smantellò i vertici del clan attivo nel cuore del rione Sanità, in via Fontanelle. Nell’impianto accusatorio iniziale, la figura della Staterini rivestiva un ruolo centrale: in quanto moglie del boss detenuto Patrizio Vastarella, gli inquirenti della Procura Antimafia la dipingevano come un perno decisionale e gestionale della cosca.
Basandosi sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Daniele Pandolfi e su una fitta rete di intercettazioni ambientali e telefoniche, l’accusa sosteneva che “Dora” Staterini gestisse in autonomia la cassa del clan, provvedesse al sostentamento degli affiliati e facesse da tramite tra il capofamiglia in carcere e i quadri operativi sul territorio.
Un quadro accusatorio che, in primo e secondo grado, era costato alla donna una condanna a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa.
La battaglia legale e i due annullamenti della Cassazione
Il castello d’accusa ha iniziato a scricchiolare grazie alla tenace strategia difensiva dell’avvocato Andrea Imperato. La difesa ha smontato punto per punto le tesi della pubblica accusa, evidenziando da un lato la manifesta inutilizzabilità e l’illegittimità dei decreti autorizzativi delle intercettazioni, e dall’altro la totale assenza di elementi concreti che dimostrassero una partecipazione attiva, consapevole e dinamica della donna nelle attività illecite della consorteria.
Un’impostazione giuridica che ha incassato per ben due volte il sigillo della Suprema Corte di Cassazione. Già nel marzo del 2022 gli “Ermellini” avevano annullato la prima sentenza d’appello, aprendo la strada alla scarcerazione della Staterini per decorrenza dei termini. Successivamente, la Quinta Sezione della Suprema Corte aveva imposto un secondo, clamoroso annullamento con rinvio, stigmatizzando le carenze motivazionali e i vizi nell’utilizzazione del compendio probatorio.
L’epilogo: la parola fine e la riabilitazione
Il giudizio di rinvio celebrato davanti alla Corte d’Appello di Napoli ha scritto la parola fine su questa complessa vicenda giudiziaria. I giudici hanno recepito integralmente le argomentazioni dell’avvocato Imperato, sancendo la completa estraneità di Addolorata Staterini ai reati contestati. Una decisione che demolisce definitivamente il teorema della reggente della cassa del rione Sanità e restituisce a “Dora” Staterini una piena e incondizionata riabilitazione giudiziaria.
