I segreti di San Gaetano: la telefonata dal carcere di Lino Sibillo e i patti di camorristi nei verbali del pentito Giuliano. Droga, diarie da 500 euro e minorenni usati per sparare: la mappa del clan nelle confessioni di Salvatore ’o russ.
Salvatore Giuliano “’o russ” , il trentaseienne, nipote diretto dello storico capoclan Luigi “Lovigino” in un verbale di interrogatorio datato 20 luglio 2021, di cui siamo in grado di ricostruire i passaggi chiave, ha squarciato il velo sulle dinamiche interne al clan Mazzarella e sui loro emissari sul territorio, a partire da un nome ricorrente: Antonio Bonavolta, detto “Scensore”.
L’ombra dello “Scensore” e il controllo delle Case Nuove
Dalle dichiarazioni di Giuliano emerge nitidamente la figura di Salvatore Barile, descritto come il vertice decisionale capace di muovere le proprie pedine sullo scacchiere criminale napoletano. L’uomo di fiducia, il braccio armato pronto a compiere le missioni più delicate, era proprio Bonavolta.
“Riconosco Antonio Bonavolta detto ‘Scensore’ — mette a verbale il collaboratore di giustizia indicando la foto — È un ragazzo che quando sono uscito dal carcere era affiliato al gruppo di Salvatore Barile, in particolare stanziato alle Case Nuove insieme a Lulù Caldarelli”.
Il ruolo di Bonavolta non era quello di un semplice affiliato, ma di un vero e proprio “reggente di garanzia” e, all’occorrenza, di esecutore violento. Un soldato di fiducia che Barile pagava stabilmente, imponendo una vera e propria diaria della fedeltà: una “settimana” da 500 euro che Lulù Caldarelli era costretto a versargli, ovunque Bonavolta si trovasse a operare per conto dei Mazzarella.
La guerra della droga e i proiettili contro “Lulù”
Il delicato equilibrio criminale dell’area delle Case Nuove subisce una violenta scossa tra il 2015 e il 2016. In quel periodo, approfittando dei vuoti di potere, il clan Rinaldi e la “Paranza dei Bambini” avevano esteso la propria egemonia. Appena scarcerato, Salvatore Barile decide di riprendersi ciò che storicamente i Mazzarella consideravano proprio, in virtù dei pregressi accordi con il boss Vincenzo Mazzarella.
Viene stretto un nuovo patto con Lulù Caldarelli, ma l’alleanza dura poco. Barile scopre il “tradimento”: i Caldarelli non si riforniscono esclusivamente dai Mazzarella, ma acquistano partite di stupefacenti anche da altre organizzazioni criminali. È la rottura. E la risposta del clan è immediata e feroce.
Giuliano racconta i dettagli della spedizione punitiva: “Sia Antonio Bonavolta che Salvatore Barile hanno raccontato che quando c’è stata una rottura tra Caldarelli e Mazzarella per la gestione della droga alle Case Nuove, Bonavolta Antonio e Rocco ‘o biondo’ sono stati incaricati di effettuare azioni di fuoco contro questi ultimi per ristabilire gli accordi. Effettivamente sono state commesse azioni di fuoco contro l’abitazione di Lulù Caldarelli da Bonavolta”.
Dopo la pioggia di proiettili, i rapporti di forza cambiano radicalmente: la droga alle Case Nuove torna sotto il monopolio assoluto di Salvatore Barile, sempre per il tramite di Caldarelli, ormai ricondotto all’ordine con le armi.
Il “pompiere” dei clan: le missioni a Portici e San Giorgio
La fedeltà e la caratura criminale di Bonavolta vengono misurate anche dalla sua capacità di spostarsi rapidamente laddove si accendono i focolari di guerra. Giuliano lo definisce un jolly militare nelle mani di Barile: “Viene mandato da quest’ultimo in tutte le zone”.
Quando sorgono contrasti a Portici e San Giorgio a Cremano, è ancora “Scensore” a essere inviato per supportare il gruppo locale dei Mazzarella. In particolare, il pentito fa riferimento ai conflitti esplosi a Portici con una storica famiglia egemone sul territorio, che nel corso della rilettura del verbale individua con certezza: i Vollaro.
Finita l’emergenza nella provincia, il raggio d’azione si sposta nuovamente nel cuore di Napoli, nel feudo di San Gaetano. Qui Bonavolta si posiziona insieme a Emanuele Amoroso, Stefano Capuano, Salvatore Marino e Alfonso Pastore. Quest’ultimo, nota il pentito con cinismo investigativo, “minorenne, viene usato da Barile solo per sparare perché fa un sacco di guai”.
Quella telefonata dal carcere del boss Lino Sibillo
Il verbale d’interrogatorio tocca poi uno dei punti più alti di tensione investigativa, svelando un retroscena inedito che risale ai primi giorni di aprile del 2021. Dal fondo di una cella, utilizzando un telefono introdotto illegalmente in carcere, il boss Lino Sibillo — vertice dell’omonimo clan — cerca un contatto diretto con i vertici dei Mazzarella.
Il tramite è proprio il minorenne Alfonso Pastore, che mette in comunicazione Sibillo e Salvatore Barile. L’obiettivo del boss detenuto è ottenere rassicurazioni: vuole essere certo che la sua famiglia, rimasta a San Gaetano, non corra rischi a causa dei nuovi assetti di camorra.
Giuliano riporta lo stupore e il contenuto di quel colloquio riservato:
“La conversazione è avvenuta e Lino Sibillo voleva rassicurazioni che la sua famiglia a San Gaetano non corresse rischi. Barile Salvatore mi disse che Lino Sibillo gli aveva detto che preferiva ci fosse lui a San Gaetano piuttosto che quella ‘famiglia di vermi’, riferendosi ai Buonerba”.
Una mossa disperata che tuttavia non convince il destinatario. Barile, racconta il pentito, rimase “molto perplesso e sospettoso per la chiamata, perché non gli era chiaro il motivo reale di quella telefonata”.
L’autonomia di San Gaetano e la cassa comune
Oggi il gruppo di San Gaetano vive in un limbo di finta indipendenza. Stando alle mappe tracciate da “’o russ”, la paranza si mantiene da sola attraverso i proventi delle attività illecite e dello spaccio, i cui guadagni vengono redistribuiti internamente. Tuttavia, il cordone ombelicale con la cupola dei Mazzarella non si è mai spezzato.
Il rifornimento delle piazze di spaccio di San Gaetano deve avvenire obbligatoriamente tramite i canali di Salvatore Barile. E se sorgono faide, contrasti o problemi gestionali, la parola finale spetta sempre a lui. Un controllo che si traduce anche in un preciso dazio economico: persino “o’ chiuovo”, genero di Barile, incassa regolarmente una quota fissa dai proventi di San Gaetano.
Un meccanismo perfetto, che i magistrati della DDA stanno ora smantellando pezzo dopo pezzo, seguendo le tracce lasciate dalle parole del rampollo di Forcella.
