Caivano-Casoria, una rete che si riorganizza tra casette di periferia e capannoni: il patrimonio milionario, la droga e una logistica che resiste agli arresti
In quello che gli inquirenti descrivono come un allentamento apparente della catena criminale, emerge invece una macchina che continua a muoversi tra Caivano e Casoria. L’indagine, condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna e dalle Sezioni Operative delle Compagnie di Caivano e Casoria, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, disegna un profilo di resilienza organizzativa, capace di riorganizzarsi pur dopo i colpi inferti dalle autorità.
L’iscrizione nel registro degli indagati riguarda 45 soggetti per una pluralità di reati legati a un’associazione di stampo mafioso, trafficking di droga, detenzione e porto di armi, estorsione e altre attività illecite, con l’aggravante del metodo mafioso. Al centro dell’inchiesta, un gruppo ritenuto collegato al clan Angelino e ritenuto egemone nell’area tra Caivano e Casoria. Il ritratto che ne emerge è quello di una rete capace di preservare e modulare la propria struttura anche in presenza di arresti, con una logistica diffusa e una gestione dell’attività criminale su più territori.
Durante le perquisizioni, gli investigatori avrebbero sequestrato un ingente patrimonio immobilizzato: oltre tre milioni di euro in contanti e dieci orologi di pregio, rinvenuti nell’abitazione di Carmela Maugeri, una casalinga indicata come affiliata al gruppo. Una parte del denaro sarebbe stata occultata in luoghi poco visibili all’interno dell’immobile: sotto il pavimento, dietro pareti e in spezzoni di intercapedine. La dinamica di occultamento, descritta negli atti, segnala una gestione dell’ingente liquidità finalizzata a impedirne ritrovamenti accidentali, ma l’intera operazione è stata efficacemente ricostruita anche grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che avrebbe indicato agli investigatori dove si trovassero i contanti e gli orologi.
Gli accertamenti hanno inoltre ipotizzato un profilo di autoriciclaggio: parte delle disponibilità derivate dalle attività criminali potrebbe essere stata trasformata in beni di valore, tra cui immobili e strumenti preziosi, reinseriti nel circuito economico tramite investimenti in oggetti di lusso. Il quadro complessivo tratteggiato dall’autorità giudiziaria suggerisce una rete capace di capitalizzare le introiti illecite per sostenere non solo l’ingresso quotidiano nell’attività criminale ma anche la coesione interna, inclusa la possibilità di pagare stipendi agli affiliati e di assicurare supporto economico a detenuti e alle loro famiglie.
La fotografia investigativa descrive una scena dove lo spaccio non resta confinate al solo Parco Verde. La rete, secondo gli investigatori, si sarebbe spostata su altre aree del territorio, aprendo covi alternativi per alleggerire la pressione delle forze dell’ordine e creando una piazza di vendita satellite in Caivano. Un appartamento sorvegliato, ritenuto punto di snodo operativo per la vendita di droga, è stato identificato come parte di un circuito che avrebbe funzionato per gran parte della giornata.
Un capitolo a parte riguarda la gestione economica del gruppo: i proventi dello spaccio non sarebbero impiegati solo per l’arricchimento personale, ma anche per garantire “sostegni” agli affiliati e ai detenuti, con una disciplina interna che imporrebbe agli affiliati stoccaggi di droga e controlli serrati sui clienti. Sul piano delle armi, la presenza di armamenti ritenuti di particolare pericolosità è stata sottolineata dal comando provinciale dei carabinieri, che ha definito l’organizzazione “armata” e capace di contare su armi simili a quelle da guerra.
Ulteriori elementi di collegamento con l’estero hanno arricchito l’indagine: una pista che punta alla Spagna per capire la provenienza degli stupefacenti e i canali della rete di interfaccia tra Caivano e Casoria e altri mercati. L’attenzione della Procura della Repubblica di Napoli e della Dda resta focalizzata sulla complessa dinamica di potere che ha consentito al gruppo di mantenere la propria presenza operativa anche dopo gli arresti. Durante la conferenza stampa, è stato evidenziato che molte imprese del territorio hanno subito estorsioni, ma solo una parte delle vittime avrebbe deciso di denunciare, lanciando un appello contro il silenzio e l’omertà.
A delineare la capacità di adattamento del clan è stato anche il quadro fornito dal generale Biagio Storniolo, secondo cui la rete avrebbe riorganizzato le sue articolazioni lungo un asse tra Parco Verde e il Bronx, distribuendo le attività tra più sedi e introducendo un controllo mirato sugli acquirenti, con una progressiva delocalizzazione delle piazze di spaccio. L’indagine, come evidenziato, non si limita a mettere a fuoco singole azioni, ma racconta una macchina ben oliata che utilizza denaro, armi e reti sociali per mantenere la propria influenza.
Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, l’inchiesta resta aperta e si muove tra ricostruzioni, verifiche e nuovi risvolti investigativi. Restano da chiarire alcuni aspetti operativi e giuridici, ma l’inedita combinazione di spaccio, estorsione e gestione economica segnala una realtà criminale pronta a riassetto e a una diffusione capillare sul territorio, con un patrimonio che, agli occhi degli investigatori, continua a rappresentare al centro dell’indagine sul gruppo ritenuto legato al clan Angelino.
