La Cassazione cancella gli ergastoli per i fratelli Abbinante

La Cassazione cancella per la seconda volta la condanna all’ergastolo per i fratelli Antonio e Raffaele Abbinante accusati di essere esecutori e mandanti dell’omicidio di Domenico Silvestri detto Mimì ‘a svergognata. L’omicidio avvenne il 19 marzo del 1989 in piazza Zanardelli a Secondigliano e fu destinato a incidere sulle sorti della camorra di Secondigliano permettendo- come hanno raccontato ben quindici collaboratori di giustizia (tra cui Biagio Esposito e l’ex boss Maurizio Prestieri che per anni è stato uno dei più fidati uomini  del superboss Paolo Di Lauro, ciruzzo ‘o milionario) l’entrata sulla scena criminale di Secondigliano e di tutta la periferia a nord di Napoli del famigerato clan Di Lauro. Ieri la sentenza definitiva dopo ben cinque pronunciamenti tra condanne al massimo della pena, assoluzioni e rinvio a un nuovo processo come  aveva deciso la Suprema Corte nel 2016. Questa volta l’assoluzione per i due fratelli è definitiva con l’accoglimento delle tesi dei due difensori (Claudio Davino per Raffaele Abbinante e Melania Esposito per Antonio Abbinante) che avevano sottolineare l’inattendibilità dei pentiti. E tra questi Raffaele Prestieri che aveva raccontato: “Silvestri dopo la morte di Aniello La Monica faceva parte del clan a cui erano affiliati anche il Paolo Di Lauro, Raffaele Abbinante, Rosario Pariante, mio fratello Raffaele, Paolo Micillo. «Tali soggetti all’epoca avevano tutti lo stesso grado di importanza e quindi lo stesso potere decisionale. Ciò nella prima fase poi, in seguito, tale ruolo dominante lo ebbe Di Lauro. In questo periodo Raffaele Amato stava in “Mezz all’arco”, rubava e frequentava Errico D’Avanzo, nel senso che era affiliato al gruppo ma non aveva un ruolo importante nello stesso. La morte di Mimì Silvestri avviene su decisione di mio fratello Raffaele Prestieri, Raffaele Abbinante e Rosario Pariante, nella fase decisionale Di Lauro era all’oscuro di tale decisione . La decisione di uccidere Mimì Silvestri è da ricollegare al modo arrogante con cui egli intendeva comandare all’interno del clan, così come già in passato aveva fatto Aniello La Monica. Infatti Silvestri maltrattava noi affiliati più giovani, comandandoci a bacchetta, mortificandoci, prendendoci a male parole senza motivo. In particolare poi vi fu un episodio in cui il Rosario Pariante recatosi nella casa di Mimì Silvestri a Secondigliano vide il figlio di questi armato, tale fatto fece capire a Pariante che noi eravamo stanchi del suo modo di comportarsi. Tra noi già da qualche giorno si iniziò a parlare della necessità imminente di uccidere il Silvestri, il nostro problema era il forte legame di amicizia”.

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