Richieste di condanna per corruzione e favoreggiamento nel processo sul clan Amato-Pagano a Napoli
A Napoli, la Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) ha avanzato richieste di pene severe nel processo per corruzione e favoreggiamento aggravato dal metodo mafioso. Gli imputati includono un ex carabiniere e presunti esponenti del clan Amato-Pagano, attivo nell’area di Arzano. Il procedimento, iniziato dopo una serie di arresti lo scorso marzo, si sta svolgendo con rito abbreviato davanti al gip Campanaro.
Durante l’udienza, il pm della DDA, Francesco Caputo, ha formulato le richieste di condanna. Secondo la Procura, l’ex luogotenente dei carabinieri di Arzano, Giuseppe Improta, avrebbe ricevuto pagamenti dal clan in cambio di informazioni riservate. Per Improta, è stata chiesta una pena di 9 anni e 2 mesi di reclusione.
Altri imputati sono i presunti vertici del clan. Mariano Monfregolo, indicato come esponente di spicco, rischia 8 anni e 9 mesi. Giuseppe Monfregolo, ritenuto un referente del sodalizio, è stato oggetto di una richiesta di 8 anni e 6 mesi. Infine, per Aldo Bianco, considerato un elemento apicale della cosca, il pm ha sollecitato 7 anni e 10 mesi.
Secondo una prima ricostruzione fornita dalla DDA, basata su intercettazioni ambientali e testimonianze di pentiti, Improta avrebbe ricevuto uno “stipendio” mensile di circa 1.000 euro dal clan. I pagamenti includevano anche benefit in natura, come regali, bottiglie di vino, capi d’abbigliamento e lavori di manutenzione per le sue auto e la casa.
In cambio, il carabiniere avrebbe fornito soffiate su indagini in corso, inclusi dettagli su misure cautelarie imminenti e installazioni di telecamere. Questo, secondo gli inquirenti, ha permesso fughe e agevolato attività criminali del clan Amato-Pagano nella zona di Arzano.
L’inchiesta ha avuto una svolta grazie alle dichiarazioni dei pentiti Pasquale Cristiano e suo padre Pietro Cristiano, entrambi ex referenti del clan. Hanno confermato un rapporto corruttivo durato dal 2015 al 2023, coinvolgendo denaro, regali e favori. Inizialmente, l’indagine era stata archiviata per mancanza di riscontri, ma le intercettazioni nell’auto di Giuseppe Monfregolo e le successive confessioni hanno permesso di riaprirla.
Tra le accuse più gravi, emerge la redazione di false relazioni di buona condotta per un boss sottoposto a sorveglianza speciale, oltre al mancato notifica di provvedimenti restrittivi e il favoreggiamento di latitanti. La DDA ha descritto un sistema di collusione tra Stato e criminalità organizzata, basato su prove indiziarie ritenute solide.
Ora, la parola passa alle difese, rappresentate dagli avvocati Roberto Saccomanno, Claudio Davino, Pollio, D’Auria e Ascione. Essi dovranno contestare l’impianto accusatorio durante le prossime udienze. Il processo è ancora in fase iniziale, e non sono previsti sviluppi immediati fino alle repliche delle parti.
Le indagini continuano sotto la supervisione della Procura di Napoli, con possibili ulteriori approfondimenti basati su nuove evidenze. @RIPRODUZIONE RISERVATA – Fonte: Redazione e DDA di Napoli.
