La Suprema Corte di Cassazione rigetta i ricorsi e rende esecutive le pene per l’organizzazione che controllava il trasporto infermi e le mense ospedaliere. Confermato il crollo dell’accusa di concorso esterno per i cugini Sacco, re della movida.
Il sipario cala definitivamente su uno dei capitoli più bui dell’infiltrazione criminale nella sanità napoletana. I giudici di piazza Cavour hanno messo il sigillo finale all’inchiesta che ha scoperchiato il sistema di potere del clan Cimmino, la consorteria criminale che per anni ha tenuto sotto scacco l’area collinare di Napoli, dal Vomero all’Arenella, trasformando i viali degli ospedali in un ufficio di riscossione racket.
La stangata della Suprema Corte
La sentenza della Cassazione è arrivata come una scure. Rigettando o dichiarando inammissibili la quasi totalità dei ricorsi presentati dai 28 imputati, la Suprema Corte ha trasformato le sentenze di Appello in condanne definitive e irrevocabili. Per molti dei coinvolti, il tempo della libertà vigilata è finito: il dispositivo della sentenza avvia l’iter per l’ordine di carcerazione, chiudendo un cerchio giudiziario iniziato con i blitz che rivelarono come la camorra fosse riuscita a infiltrarsi nei gangli vitali del settore pubblico.
Il capitolo Sacco: l’assoluzione che regge
Nonostante la durezza del verdetto complessivo, non sono mancati i colpi di scena legati alle “eccellenze” del tessuto imprenditoriale cittadino. I riflettori erano puntati sui cugini Raffaele Sacco, nomi pesanti nel mondo della ristorazione e della movida di Chiaia e del Vomero. Per loro, la Cassazione ha rigettato il ricorso della Procura Generale, confermando l’assoluzione già maturata in secondo grado dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Una vittoria legale significativa per i due imprenditori, che escono definitivamente indenni dall’accusa più infamante.
Sanità e cantieri: il sistema Cimmino
L’inchiesta, oggi passata in giudicato, aveva svelato un controllo asfissiante sul territorio. Il clan non si limitava al tradizionale pizzo sui cantieri edili del Cardarelli, ma era andato oltre, occupando militarmente i servizi strategici. Il trasporto degli infermi e la gestione delle mense ospedaliere erano diventati feudi della cosca. Un’egemonia che aveva permesso alla famiglia Cimmino di sedere al tavolo dei grandi appalti pubblici, dettando legge nei corridoi della sanità campana.
Il destino dei boss e la rideterminazione delle pene
Tra i nomi eccellenti figurano capi storici e gregari. Luigi Cimmino, l’ex boss deceduto nell’aprile del 2025, esce di scena per estinzione del reato, ma la sua eredità criminale è stata cristallizzata nelle pene inflitte ai suoi fedelissimi. Unico beneficiario di una piccola correzione tecnica è Gaetano Martino, la cui pena è stata ridenominata in 8 anni e 10 mesi. Per il resto, la mappa della detenzione è ormai tracciata.
Lo scacchiere delle pene: l’elenco delle condanne
Andrea Teano: 19 anni e 8 mesi
Andrea Basile: 18 anni e 4 mesi
Luigi Cimmino (deceduto)
Giovanni Caruson: 14 anni
Salvatore Pellecchia: 10 anni e 4 mesi
Mario Simeoli: 9 anni e 8 mesi
Salvatore Arena: 9 anni e 6 mesi
Alessandro Esposito: 9 anni e 1 mese
Gaetano De Martino: 9 anni e 1 mese
Gaetano Martino: 8 anni e 10 mesi (rideterminata)
Vincenzo Pone: 8 anni e 10 mesi
Anna Esposito: 8 anni e 8 mesi
Rosario Somma: 8 anni e 8 mesi
Antonio De Luca: 7 anni e 4 mesi (in continuazione)
Franco Diego Cimmino: 7 anni
Giovanni Napoli: 6 anni e 10 mesi
Giovanni Cirella: 6 anni e 4 mesi
Raffaele Sacco (cl. 1968): 6 anni e 2 mesi
Raffaele Sacco (cl. 1977): 6 anni e 2 mesi
Luigi Visone: 6 anni
Francesco Luongo: 6 anni
Gaetano Cifrone: 6 anni
Mariangela Russo: 5 anni e 6 mesi
Domenico Pellino: 5 anni e 4 mesi
Cosimo Fioretto: 5 anni e 2 mesi
Fabio Rigione: 4 anni e 8 mesi
Benito Grimaldi: 4 anni e 8 mesi
Antonio Pesce: 4 anni e 6 mesi
Eduardo Fiore: 4 anni
Ciro Brandi: 3 anni e 6 mesi
