Clan Licciardi, chiesti 184 anni di carcere

Clan Licciardi, pugno duro della Procura: chiesti 20 anni per il boss Antonio Bruno detto “Michelò”. Omicidio Gargiulo e affari dell’Alleanza: la requisitoria del PM invoca la stangata per i vertici del Rione Don Guanella e della Masseria Cardone.

Napoli – Una pioggia di anni di carcere si abbatte sui ranghi dell’Alleanza di Secondigliano. La Procura Antimafia ha presentato il conto agli esponenti del clan Licciardi, finiti nella rete nell’aprile 2025. Una requisitoria durissima che non lascia spazio a sconti per quella che è considerata la colonna portante della criminalità organizzata dell’area nord.

Al centro del processo, non solo la gestione dei traffici illeciti, ma il sangue versato nel 2019 con l’omicidio di Domenico Gargiulo, l’evento che ha scoperchiato il vaso di Pandora del gruppo guidato da Antonio Bruno.

La figura del boss e la “regia” del crimine

Il principale destinatario della scure dei magistrati è proprio Antonio Bruno, noto negli ambienti criminali come “Michelò”. Per lui, il Pubblico Ministero ha chiesto una condanna a 20 anni di reclusione. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Bruno non era solo il reggente del gruppo operante nel Rione Don Guanella, ma la mente dietro le strategie di espansione tra Secondigliano e l’area flegrea.

Nonostante fosse in libertà all’epoca dei fatti, avrebbe gestito con pugno di ferro la “cassa comune”, garantendo il sostentamento agli affiliati e alle famiglie dei detenuti, mantenendo saldo il legame con la “casa madre” dei Licciardi alla Masseria Cardone.

L’inchiesta: dall’omicidio Gargiulo al blitz del 2025

L’intera impalcatura accusatoria poggia su un’indagine meticolosa, cristallizzata nelle 457 pagine dell’ordinanza firmata dal GIP Linda Comella. Il punto di svolta è rappresentato dal delitto di Domenico Gargiulo, avvenuto nel 2019. Seguendo la scia di quel sangue, gli investigatori hanno ricostruito la mappa del potere del clan, suddivisa in vere e proprie “aree operative”: dalla storica roccaforte della Masseria Cardone al Rione Berlingieri, passando per il Vasto e il Don Guanella.

Il blitz, scattato nell’aprile 2025, aveva portato all’esecuzione di otto misure cautelari, decapitando i vertici del gruppo. Tra questi spicca Renato Esposito, uomo di fiducia e trait d’union con la famiglia Licciardi per conto della Masseria Cardone, per il quale sono stati invocati 14 anni di carcere.

L’elenco delle richieste di condanna

L’accusa ha delineato le responsabilità individuali chiedendo condanne che riflettono il peso gerarchico all’interno dell’organizzazione:

Antonio Bruno (detto “Michelò”): 20 anni

Renato Esposito: 14 anni

Vincenzo Caiazzo (detto “Capozzella”): 10 anni e 8 mesi

Raffaele Fiore: 10 anni e 8 mesi

Francesco Mingacci (detto “Tatta”): 10 anni e 8 mesi

Vincenzo Pernice (detto “’O Pe’”): 10 anni e 6 mesi

Giuseppe Esposito: 10 anni

Massimo Russo (detto “Massimino”): 10 anni

Luca De Gennaro: 8 anni

Vincenzo Faiello (detto “Zizzillo”): 8 anni

Gennaro Antonio Sautto: 8 anni

Ciro Cristilli: 7 anni e 4 mesi

Mariano Menna (detto “’o ciocc”): 7 anni e 4 mesi

Gennaro Russo: 7 anni e 4 mesi

Antonio Boccia: 6 anni e 6 mesi

Marianna Cibelli: 5 anni e 4 mesi

Vincenzo Bragone: 4 anni e 8 mesi

Antonio Russo: 4 anni e 8 mesi

Vincenzo Grimaldi: 4 anni

Carmine Annunziata: 3 anni e 4 mesi

Luca Gelsomino: 3 anni e 4 mesi

Filomena Lo Russo: 3 anni e 4 mesi

Ciro Annunziata (detto “Ciro Pierino”): 3 anni e 3 mesi

Massimiliano Luongo: 2 anni e 6 mesi

Maria Caiazzo: 2 anni

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