Le confessioni del collaboratore di giustizia Luigi Esposito svelano il clamoroso ribaltone a nord di Napoli. Dalla morte del fratello nella barberia al blitz ai Sette Palazzi: un esercito armato fino ai denti ha spazzato via la camorra “aziendale” degli Amato-Pagano imponendo il racket della paura. L’ombra cupa di una nuova faida sulle piazze di spaccio.
C’è un momento esatto in cui le geografie criminali di Napoli mutano pelle. Non lo certificano solo le informative delle forze dell’ordine o le sirene spiegate nella notte, ma lo mettono a verbale le voci di chi, a un certo punto, decide di rompere il muro dell’omertà. Sono i collaboratori di giustizia, uomini che hanno respirato la polvere da sparo e maneggiato i soldi sporchi della camorra fino a quando un trauma, uno strappo improvviso, non li spinge dall’altra parte della barricata.
È esattamente ciò che sta accadendo oggi all’ombra delle Vele. Le prime radiografie attendibili sulla genesi del nuovo “superclan” di Scampia portano la firma di chi conosceva intimamente i segreti dei fratelli Cancello e dei loro alleati. Una narrazione cruda, che ridisegna la mappa del potere criminale a nord di Napoli.
Il sangue nella barberia e il patto rotto
Il filo rosso di questa inchiesta parte da un nome: Luigi Esposito. Suo fratello Camillo è stato crivellato di colpi nel settembre del 2024, un’esecuzione spietata consumata tra gli specchi della barberia “Hair Design Luxury” di Scampia. Un agguato ancora avvolto nel mistero, senza colpevoli ufficiali, ma che per Luigi ha rappresentato il punto di non ritorno. Rientrato d’urgenza dalle vacanze, con il sangue del fratello ancora fresco sul pavimento del salone, ha preso la decisione più drastica: affidarsi allo Stato.
Appena quarantotto ore dopo il delitto, Esposito si siede di fronte ai magistrati. I suoi primi verbali sono uno spaccato chirurgico del welfare criminale del quartiere. Racconta di come lui e Camillo fossero organici alla Vanella Grassi, storica consorteria di Scampia. Nessun ruolo di vertice, nessuna corona in testa, ma la garanzia di una “mesata” sicura: duemila euro al mese per restare a disposizione. Un ammortizzatore sociale parallelo che garantiva la sopravvivenza a decine di giovani, tenendoli legati a doppio filo alle sorti del clan.
I confini invisibili del Lotto G: il feudo di Elia Cancello
Ma è addentrandosi nelle pieghe del territorio che le dichiarazioni di Esposito fanno tremare i palazzi. Dalle sue parole emerge prepotentemente la figura di Elia Cancello. Da anni, racconta il pentito, il Lotto G era considerato un feudo intoccabile, “roba sua”. Una zona franca dove vigeva una regola ferrea: nessuno, nemmeno gli affiliati della Vanella Grassi, poteva varcare quel confine senza permesso.
«Era come se ci fossero due clan distinti», mette a verbale Esposito. «Elia girava sempre armato, incuteva paura, decideva chi poteva o non poteva muoversi in quel territorio». Un carisma criminale talmente ingombrante da far desistere persino i boss più blasonati. Quando Gaetano Angrisano, all’epoca leader indiscusso e latitante, sospettò un coinvolgimento di Cancello nell’omicidio del fratello “Cioppetta”, arrivò a fargli piazzare un GPS sotto l’auto per monitorarne gli spostamenti. Ma il piano si fermò lì: le pressioni interne e il timore di ritorsioni convinsero Angrisano a fare un passo indietro. Nessuno aveva il fegato di toccare Elia.
L’estate del golpe: la caduta dei Sette Palazzi
Il vero spartiacque, il momento esatto in cui il potere cambia di mano, si consuma poco prima dell’estate del 2024. È il giorno della “stesa” ai Sette Palazzi. Una sparatoria senza un obiettivo apparente, che però funge da dichiarazione di guerra. Pochi giorni dopo, l’offensiva si concretizza: Elia Cancello, affiancato da Ferdinando Cifariello e Giovanni Raia, mette le mani sui tre luoghi simbolo del narcotraffico locale: i Sette Palazzi, lo Chalet Baku e l’Oasi del Buon Pastore.
Sono i bancomat della camorra, da sempre roccaforti inespugnabili della galassia Amato-Pagano. Invece, l’assalto si rivela un colpo di mano fulmineo, spietato. “Cicciotto”, il luogotenente che gestiva l’area per conto degli Scissionisti, viene esautorato senza che venga esploso un solo proiettile di risposta.
Ma come è possibile che un cartello egemone come quello degli Amato-Pagano abbia incassato un simile affronto in silenzio? La risposta di Esposito agli inquirenti è disarmante nella sua logica criminale: «Gli Amato lo hanno lasciato fare. Sapevano che Cancello era un soggetto pericoloso, pronto a sparare, e non volevano aprire una guerra». Pura convenienza aziendale: sacrificare una fetta di territorio pur di non attirare l’attenzione di polizia, blindati e telecamere sui loro affari globali.
Terrore contro Business: i due volti della camorra
Il ribaltone non è solo territoriale, ma filosofico. Gli Amato-Pagano avevano ereditato dagli Scissionisti un modello quasi corporativo: gerarchie silenziose, regole ferree, piazze di spaccio gestite come filiali di una holding. L’obiettivo era fatturare, riducendo al minimo il disturbo per i residenti, garantendo un ordine apparente che si traduceva in consenso implicito.
L’ascesa dei fratelli Cancello capovolge questo paradigma. Il nuovo superclan non cerca legittimazione, ma sottomissione. La loro moneta di scambio non è il quieto vivere, ma la violenza ostentata. Chi provava a gestire un giro di spaccio “privato” o domiciliare veniva schiacciato: o comprava la droga dal clan a prezzi gonfiati, o versava una tangente fissa. Una morsa che strangolava anche la micro-criminalità di quartiere.
L’urlo in faccia, la pistola sbattuta sul tavolo, la minaccia urlata dai finestrini abbassati in pieno giorno. «Qua comando io», ripetevano, incuranti della presenza di donne o bambini. Più la voce si spargeva, più il terrore si cementava.
Il triumvirato armato e lo spettro di una nuova faida
Oggi le informative delineano i contorni di un’alleanza tripolare. Al vertice ci sono Elia e Maurizio Cancello, padroni del Lotto G e capi militari dell’ala dura; ai Sette Palazzi il referente assoluto è Ferdinando Cifariello, mentre lo Chalet Baku risponde agli ordini di Giovanni Raia. Tre uomini uniti non tanto dalle percentuali di guadagno, quanto dalla fame di potere e da un patto di mutuo soccorso armato.
Non parliamo di un gruppo di cani sciolti, ma di un esercito. Gli investigatori descrivono un arsenale inquietante: fucili d’assalto, mitragliette, giubbotti antiproiettile. Se il passo indietro degli Amato-Pagano ha evitato il bagno di sangue immediato, i magistrati della Dda sanno bene che sotto la cenere cova un incendio. A Scampia, ogni piazza vale decine di migliaia di euro al giorno, ogni palazzo è una trincea.
E gli sgarri, in questo mondo, non vanno mai in prescrizione.
Vent’anni dopo la prima, tragica faida, il quartiere trema di nuovo. «Sono loro che comandano, e non hanno paura di dirlo», ha sussurrato un residente terrorizzato agli inquirenti. Tra i viali scrostati di quei palazzoni, l’aria è tornata pesante. Il superclan dei Cancello è nato, e l’odore della polvere da sparo minaccia di coprire, ancora una volta, le notti di Scampia.

