Napoli: Giovani temono l’inafferrabilità più del carcere, la lotta contro l’invisibilità sociale

Violenza Minorile a Napoli: Un’Intervista agli Operatori Sociali

Napoli – Nei primi sei mesi del 2025, sono stati denunciati 27 minori per omicidio, secondo il rapporto Dis(armati). I dati, allarmanti, sono stati al centro di un’intervista condotta in un bar alla periferia di Napoli, dove abbiamo incontrato Antonio, un operatore sociale che da oltre quindici anni lavora nei quartieri considerati “di frontiera”.

Antonio ha fatto il punto sulla situazione, partendo dai numeri. «Quello che vedete nei dati rappresenta solo l’eruzione di un vulcano. Sotto, c’è un magma di solitudine in ebollizione da anni», ha affermato. Per i giovani, la violenza si è trasformata in un linguaggio e un mezzo di espressione del disagio. Secondo Antonio, i ragazzi non sono i responsabili del loro fallimento, ma piuttosto il sistema che li circonda.

Il rapporto menziona un “arruolamento a basso costo” da parte dei clan, evidenziando come questo fenomeno una spietata forma di marketing. «I clan offrono ciò che lo Stato non garantisce: protezione, identificazione e denaro immediato. Per un quattordicenne, il fascino del “capo” con auto di lusso è spesso più attraente di un percorso scolastico», ha spiegato l’operatore. Il rischio penale ridotto dei minori è sfruttato dai clan, i quali li impiegano per attività illecite, trattandoli come risorse usa e getta.

In merito all’approccio punitivo, rappresentato dal Decreto Caivano, Antonio ha espresso perplessità: «Il carcere, nella sua attuale configurazione, agisce come un’università del crimine. Senza un progetto educativo serio, reimmettere un ragazzo nel sistema sociale risulta inefficace, aggravando il contesto di violenza e affiliazione criminale».

Antonio ha sottolineato che per invertire la rotta, i quartieri necessitano di spazi di libertà e opportunità concrete. Ha proposto l’apertura delle scuole fino a sera per attività extrascolastiche, l’assunzione di educatori di strada ben retribuiti e l’offerta di vere opportunità lavorative per i giovani.

Un episodio recente ha colpito profondamente l’operatore: un ragazzo ha espresso la sua paura di una vita insignificante. Questo, ha detto Antonio, evidenzia una mancanza di speranza diffusa tra i giovani, per i quali la violenza diventa un modo per affermare la propria esistenza.

Infine, Antonio ha sollecitato i decisori politici a considerare Napoli non come un’emergenza perpetua. Ha chiesto investimenti strutturali a favore dei giovani, sottolineando l’importanza di fornire alternative valide che sostituiscano le armi e i comportamenti violenti.

Le indagini sulla violenza giovanile, come sugli episodi di criminalità organizzata, sono attualmente condotte dalle autorità competenti, con l’obiettivo di attuare strategie mirate per affrontare il fenomeno in crescita.

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