Oltre gli Scissionisti: Elia Cancello e il «Golpe Bianco» all’ombra delle Vele

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Scampia il potere non è una questione di eredità, ma di occupazione fisica. Non scende dall’alto dei palazzi istituzionali né dai vertici dei vecchi direttori d’orchestra del crimine; si conquista un portone alla volta, un pianerottolo dopo l’altro, nel riverbero metallico delle canne di pistola.

Nella primavera del 2024, mentre il vessillo degli Amato-Pagano sembrava ancora sventolare solido sui tetti di cemento del quartiere, un fremito nuovo ha iniziato a scuotere le fondamenta dei rioni. Un nome, più di altri, ha cominciato a rimbalzare nei rapporti riservati dell’Antimafia e nei sussurri dei “pali” agli angoli delle strade: Cancello.

Il carisma del ferro: l’ascesa di Elia

Il fulcro di questo smottamento criminale ha un volto e un nome: Elia Cancello. Cresciuto nel ventre molle del Lotto G, tra stradoni sventrati dal sole e una geografia urbana che sembra progettata per l’agguato, Elia non è mai stato un comprimario. I verbali dei collaboratori di giustizia disegnano il profilo di un uomo che, fin da giovanissimo, ha rifiutato le gerarchie precostituite. «Si muoveva come se fosse un clan a parte», mettono a verbale i pentiti.

Elia era “quello che spara”. Un’etichetta che nel codice non scritto della periferia nord vale più di un battesimo di sangue. La sua reputazione era un’ombra lunga che arrivava fino a Melito: omicidi, intimidazioni e quella spavalderia di chi gira armato sapendo che nessuno, in quel perimetro di asfalto, avrà il coraggio di incrociare il suo sguardo. Persino Gaetano Angrisano, allora reggente dei Vanella Grassi, ne subiva il fascino sinistro e il timore.

Al punto da far installare un GPS sotto la sua Fiat 500: un pedinamento elettronico nato dalla paura che Elia potesse essere l’ombra dietro l’omicidio di suo fratello “Cioppetta”. Ma il progetto di eliminarlo morì sul nascere. «Troppo pericoloso, troppo rispettato», dirà poi Luigi Esposito. Cancello non era un bersaglio, era un’istituzione.

La notte dei Sette Palazzi

La rottura degli indugi avviene nel maggio del 2024. Il detonatore è una sparatoria ai “Sette Palazzi”, uno di quei complessi che sembrano fortezze inespugnabili. Non ci sono cadaveri a terra, nessuna rivendicazione ufficiale, ma il sibilo dei proiettili viene percepito dai clan come un cambio di frequenza radio. È il segnale.

Da quel momento, il “golpe silenzioso” prende corpo. Elia Cancello non cerca la guerra totale, cerca il riconoscimento del fatto compiuto. Si presenta nei rioni insieme a Ferdinando Cifariello e Giovanni Raia. Non è una sfilata, è una presa di possesso. È una strategia fatta di “comparsate armate” e sguardi fissi, un’OPA ostile sul territorio che non ha bisogno di grandi spargimenti di sangue perché poggia sul carisma violento del suo leader. «Senza Cancello, gli altri non avrebbero mai potuto cacciare i vecchi reggenti», spiegano le gole profonde della camorra. Elia ha spianato la strada, gli altri hanno costruito le mura.

Il triumvirato e la resa degli “Spagnoli”

Il nuovo ordine si regge su una divisione chirurgica del business. Se Elia è il garante militare, Ferdinando “Nanduccio” Cifariello diventa il signore dei Sette Palazzi, trasformando le torri grigie – un tempo feudo blindato degli Amato-Pagano – nel quartier generale della nuova alleanza. Giovanni Raia, invece, mette le mani sullo Chalet Baku, la borsa valori della cocaina e dell’eroina, uno dei mercati più floridi dell’intera area nord.

Ciò che sorprende gli analisti è la reazione degli Amato-Pagano, i “Signori del Mugnano”, gli scissionisti che un tempo avevano sfidato i Di Lauro. Davanti all’avanzata dei Cancello, il clan ha scelto il profilo basso. Nessuna controffensiva, nessun massacro. Un “lasciare fare” dettato dalla consapevolezza che Elia Cancello non è un contabile del narcotraffico, ma un soldato che non teme il conflitto. «Non gli interessano solo i soldi, lui spara», dicono di lui. E in un mondo che cerca stabilità per gli affari, un uomo del genere è meglio averlo come vicino scomodo che come nemico giurato.

Un nuovo codice di strada

Oggi la geografia del potere a Scampia è mutata. Nel Lotto G, al Baku, all’Oasi, i motorini che ronzano nervosi non rispondono più ai vecchi padroni. I volti dei “guaglioni” di piazza sono cambiati, sostituiti da una nuova generazione che riconosce un solo comando.

Il golpe silenzioso si è concluso con una nuova normalità. Chi non si adegua, chi prova a ricordare i vecchi tempi, riceve la lezione direttamente dai vertici. «Qua comando io», avrebbe urlato Elia Cancello tra le palazzine, una frase che non è solo una minaccia, ma il manifesto programmatico di un’era criminale appena iniziata. Un ordine che non si limita a gestire lo spaccio, ma che impone il proprio respiro a un intero quartiere, costretto ancora una volta a imparare a memoria un nuovo cognome.

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