I narcos di provincia e la cocaina “sciolta come olio”: l’accordo tra il figlio del boss e un broker tunisino

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La terza puntata di questo spaccato criminale riguarda la logistica del narcotraffico e la gestione degli imprevisti. La camorra non è un’entità chiusa, ma un’azienda che stringe alleanze commerciali con altre reti criminali.

La “Matera connection”: L’incontro a Poggioreale tra Pasquale Paolo e il trafficante tunisino Ali Garbhi apre una nuova rotta verso la Basilicata. Garbhi è un cliente di peso (capace di muovere centinaia di chili di hashish per gli Amato-Pagano) e chiede cocaina per la sua zona.

L’alleanza nata nel cortile di Poggioreale tra il figlio del boss e un broker tunisino apre una rotta inedita verso la Basilicata. I verbali svelano le regole dell’economia criminale: subappalti ad altre famiglie, ricarichi sui prezzi, pagamenti su Postepay e una spietata politica di “customer care” quando una partita di droga risulta difettosa.

Il carcere non è solo un centro direzionale, ma anche un luogo di incontri e alleanze inaspettate. È qui, tra i padiglioni sovraffollati di Poggioreale, che si concretizza uno degli affari più complessi svelati dalle indagini. Le dichiarazioni di Pasquale Paolo dimostrano come la camorra non sia un’entità statica, ma un’azienda fluida, capace di adattarsi, stringere nuove joint-venture e, all’occorrenza, subappaltare il lavoro a famiglie alleate.

La “Matera connection” nata per caso

Tutto inizia nell’ottobre del 2020. Pasquale, all’epoca “lavorante” all’interno del penitenziario, incontra un nuovo detenuto appena trasferito dal carcere lucano di Melfi a seguito di una rivolta. Si chiama Ali Garbhi, cittadino tunisino noto negli ambienti criminali anche come “Raffaele” o “o’ marucchino”.

Garbhi non è un gregario qualunque. Ha un curriculum criminale di spessore e antichi legami con la famiglia Paolo, avendo condiviso la cella con il boss Raffaele “o’ Rockerts” nel lontano 2007. I vecchi favori non si dimenticano: Pasquale accoglie il nuovo arrivato procurandogli abiti e beni di prima necessità. Pochi giorni dopo, si passa agli affari.

“Dopo due o tre giorni questo Garbhi mi disse che aveva bisogno di cocaina, da smerciare fuori dal carcere, ed in particolare nella zona di Matera, dove lui abitava ed aveva una villa, chiedendomi come fosse messo mio padre.”

Garbhi è un cliente VIP. Il collaboratore di giustizia rivelerà in seguito agli inquirenti che il tunisino era un uomo in grado di far arrivare “200 kg di fumo agli Amato-Pagano”, un calibro da trattare con i guanti d’oro.

L’outsourcing del crimine: i patti con i Maugeri

Pasquale si attiva immediatamente, contatta il padre con uno dei suoi smartphone clandestini, ma la risposta è negativa: “Mi disse che per due o tre giorni non ci potevamo sentire perché c’erano dei casini”.

Di fronte all’indisponibilità della propria rete, il giovane non si arrende e decide di subappaltare l’affare. Si rivolge a Emanuele Maugeri, detenuto al terzo piano del Reparto Avellino per tentato omicidio, il quale a sua volta attiva il fratello Roberto, libero e operativo all’esterno. È una vera e propria lezione di brokeraggio criminale, in cui le cifre vengono stabilite con precisione millimetrica.

“Gli chiesi il prezzo, mi disse che lui l’avrebbe comprata a 41.000/41.500 euro e l’avremmo venduta a 46.000 euro, di cui 2.000 di guadagno per me ed euro 2.000 per lui.”

La logistica si mette in moto in un banale lunedì mattina. L’emissario di Garbhi arriva da Matera in pullman, viene prelevato all’esterno di Poggioreale alle 15:00 in punto da Roberto Maugeri e scortato fino a Casoria per il ritiro del primo chilo di cocaina. La sera stessa, con un messaggio in codice (“Rockets buonanotte”), Garbhi conferma a Pasquale il successo dell’operazione. La tangente di 2.000 euro spettante a “Lallone” viene recapitata in una classica busta di contanti a casa della moglie.

La crisi dell'”olio” e i pagamenti tracciabili

Il sistema sembra oliato, al punto che pochi giorni dopo Garbhi rilancia, chiedendo altri due chili. Pasquale rinegozia i prezzi con i Maugeri (strappando uno sconto a 44.500 euro al chilo per il cliente) e l’operazione si ripete. Questa volta, però, i metodi di pagamento si modernizzano: i 3.000 euro di commissione destinati a Pasquale non viaggiano più in contanti, ma vengono frazionati e accreditati su una carta Postepay intestata a sua moglie.

Ma è qui che il meccanismo si inceppa. Il “prodotto” della seconda fornitura non è all’altezza.

“Dopo 3 o 4 giorni, Ali Garbhi mi disse che c’era stato un problema enorme, uno dei due pacchi era ‘olio’, cioè la sostanza si era sciolta. Gli chiesi dove fosse stata messa, perché mi sembrava impossibile, e gli diedi anche dei suggerimenti su come poter fare per recuperarla (metterla in un microonde per farla asciugare) ma mi disse che non c’era niente da fare.”

Nel mercato del narcotraffico, una partita fallata è un rischio commerciale inaccettabile, specialmente se di mezzo c’è un cliente in grado di piazzare commesse future da 12 o 13 chili. Pasquale adotta una strategia di customer care aggressiva: si offre di sostituire la droga a proprie spese.

L’intervento del boss e la caduta del corriere

A sbrogliare la matassa interviene direttamente il vertice della famiglia. Il boss Raffaele Paolo, in quel momento a piede libero e irreperibile da dieci giorni, riceve la chiamata d’emergenza dal figlio in carcere e decide di metterci la faccia.

Il boss fissa un appuntamento in strada con l’inviato di Matera, arrivato per effettuare il cambio merce difettosa. Le direttive sono chiare:

“Mio padre incontrò questa persona fuori al carcere, e gli disse: dammi 10 minuti e ti dico dove venire a portare il pacco (mio padre ha più di un appartamento a San Giorgio a Cremano), dicendo a questa persona di andare con il taxi.”

Ma l’imprevisto, vero terrore di ogni logistica illegale, è in agguato. Prima ancora di poter raggiungere il covo di San Giorgio a Cremano per completare la sostituzione, il corriere lucano viene intercettato e arrestato dalle forze dell’ordine proprio all’esterno del carcere di Poggioreale, con il chilo di cocaina sciolta ancora nascosto nel trolley.

Un colpo fatale che interrompe l’espansione del gruppo verso il sud Italia e che, nei mesi successivi, contribuirà ad acuire le tensioni interne al clan, spingendo il boss Raffaele Paolo verso scelte sempre più estreme. Scelte che, come vedremo nel prossimo e ultimo capitolo, porteranno a una vera e propria scissione armata all’ombra delle Vele.

3. continua