La vicenda emersa nel processo d’appello per l’omicidio di Matilde Sorrentino. Pietro Izzo avrebbe denunciato pressioni e intimidazioni ricevute dal carcere
Nuovo colpo di scena nel processo d’appello per l’omicidio di Matilde Sorrentino, la “mamma coraggio” di Torre Annunziata uccisa il 26 marzo 2004 dopo avere denunciato un presunto giro di pedofilia nel rione Poverelli.
Nel corso dell’udienza davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Napoli è emerso che il collaboratore di giustizia Pietro Izzo, ex elemento di vertice del clan Gionta, avrebbe deciso di interrompere il percorso di collaborazione con la magistratura dopo alcune presunte minacce ricevute dal carcere.
Secondo quanto ricostruito in aula, Izzo avrebbe riferito agli investigatori di essere stato intimorito e preoccupato soprattutto per la sicurezza dei propri familiari. Le pressioni, stando ai verbali acquisiti nel processo, sarebbero arrivate attraverso videochiamate effettuate dal carcere da Valentino Gionta, esponente della storica famiglia camorristica oplontina.
La lettera inviata a Gratteri
Nonostante l’interruzione della collaborazione, Izzo avrebbe successivamente confermato la genuinità delle dichiarazioni rese agli inquirenti.
L’11 dicembre 2025, infatti, il collaboratore avrebbe inviato una lettera al procuratore di Napoli Nicola Gratteri nella quale ribadiva la veridicità delle accuse e delle circostanze raccontate durante gli interrogatori davanti alla Direzione distrettuale antimafia.
Nel corso del dibattimento, il sostituto procuratore generale Stefania Buda ha richiamato proprio quei verbali, sottolineando come Izzo avesse fornito dettagli e indicazioni ritenute rilevanti sull’omicidio di Matilde Sorrentino.
Il processo per l’omicidio di Matilde Sorrentino
Il procedimento riguarda uno dei delitti più drammatici della storia recente di Torre Annunziata.
Matilde Sorrentino venne assassinata dopo avere denunciato presunti abusi ai danni di minori nel quartiere Poverelli. Nel secondo processo d’appello, le dichiarazioni di Pietro Izzo sono tornate centrali soprattutto per la ricostruzione dei retroscena maturati all’interno del clan Gionta.
Chi è Pietro Izzo
Pietro Izzo, soprannominato negli ambienti criminali “’a fetamma”, è considerato dagli investigatori un ex elemento di spicco del clan Gionta di Torre Annunziata, organizzazione storicamente radicata nel controllo delle attività illecite nell’area oplontina.
Nel corso degli anni il suo nome è comparso in diverse inchieste antimafia legate a estorsioni, traffico di droga e tentati omicidi aggravati dal metodo mafioso.
Nel 2018 venne condannato a 20 anni di carcere in un procedimento contro presunti esattori del clan Gionta accusati di imporre il racket a imprenditori, commercianti e agenzie funebri della zona.
Secondo varie ricostruzioni investigative, Izzo avrebbe ricoperto anche un ruolo di reggenza all’interno della cosca in alcuni periodi di detenzione dei vertici storici del clan.
Dopo la condanna definitiva, intorno al 2021, ha iniziato a collaborare con la giustizia fornendo dichiarazioni su dinamiche interne del clan, estorsioni e rapporti criminali nel territorio di Torre Annunziata. Tra i filoni investigativi toccati dalle sue rivelazioni anche presunti episodi di racket legati al mondo calcistico locale e alle attività economiche controllate dalla cosca.
Nel 2025, però, il collaboratore aveva annunciato pubblicamente in aula la volontà di interrompere il percorso con la giustizia, arrivando inizialmente a ritrattare le dichiarazioni rese. Successivamente, attraverso la lettera inviata alla Procura di Napoli, avrebbe invece confermato la fondatezza delle accuse formulate durante la collaborazione.
