Dalle piazze di spaccio gestite da minorenne agli affari condotti in videochiamata dal carcere. Le carte dell’ordinanza cautelare rivelano le confessioni di Pasquale Paolo, figlio del boss Raffaele “‘o Rockets”. Le sue dichiarazioni hanno permesso agli inquirenti di ricostruire le gerarchie, gli sgarri e le rotte della droga, portando all’arresto di 18 persone.
L’eredità criminale non si misura solo in piazze di spaccio, ma in un patrimonio di informazioni che, se rivelate, possono far crollare un impero. È quello che è successo a Scampia e Secondigliano, dove le fondamenta della costola del clan Di Lauro guidata dal boss Raffaele Paolo, alias “o’ Rockets”, sono state minate dall’interno. A parlare non è un affiliato qualunque, ma il sangue del suo sangue: Pasquale Paolo, detto “o Lallone”.
Dal 2022, Pasquale ha scelto di collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni, ritenute “oggettivamente e soggettivamente attendibili” dai magistrati, sono diventate il pilastro di una maxi-inchiesta culminata con 18 arresti. Un’attendibilità non casuale: condannato già nel 2019 per narcotraffico e recentemente per associazione camorristica, Pasquale ha respirato le dinamiche del clan fin da bambino. Il suo “pedigree” gli garantiva il rispetto dei vertici criminali, dentro e fuori le mura del carcere.
Il battesimo del fuoco e i 250mila euro
La carriera di Pasquale Paolo inizia presto, troppo presto. Nelle sue deposizioni, il collaboratore di giustizia racconta con freddezza glaciale il suo ingresso nel sistema, quando la faida con la Vanella Grassi insanguinava le strade e costringeva le famiglie a barricarsi.
“Ho fatto parte del clan Di Lauro a partire dal 2011/2012, quando ero ancora minorenne e mi occupavo di droga. Dopo pochi mesi, quando ero chiuso nel Rione dei Fiori perché c’era la faida, io, mia madre e le mie sorelle siamo andati a colloquio con mio padre, detenuto a Sulmona. Dopo questo incontro ho preso 250.000 euro per comprare droga.”
I fondi, un vero e proprio tesoro di famiglia, erano nascosti tra una cassaforte domestica e la custodia fidata di affiliati presso un bar all’esterno del carcere di Secondigliano. Con quella somma impressionante per un ragazzino, “o Lallone” si trasforma in un broker della cocaina: si rifornisce a Torre Annunziata, stringe accordi con Giovanni Cortese e inonda di polvere bianca le province, da Frosinone fino al Rione Traiano. Un’ascesa rapida, interrotta bruscamente dal suo arresto nel dicembre 2014.
Affari dietro le sbarre: la rete del narcotraffico in cella
Il carcere, per i vertici dei clan, è spesso solo un cambio di sede operativa. I verbali di Pasquale Paolo offrono uno spaccato inquietante sulle falle del sistema penitenziario. Dietro le sbarre di Poggioreale, l’isolamento è un’illusione.
“Durante la mia detenzione avevo sia un telefono piccolino, un L8 Star che utilizzavo di giorno, sia, a partire dal pomeriggio, uno smartphone Galaxy che cambiavo spesso. Ci sentivamo prevalentemente mediante videochiamate su Whatsapp, parlavamo a lungo, a volte fino alle due o tre di notte.”
In questo salotto virtuale, padre e figlio gestiscono rotte internazionali. È il 2020 quando Pasquale stringe un’alleanza in cella con Ali Garbhi, un trafficante marocchino con base a Matera. Il racconto del pentito è meticoloso: descrive l’acquisto di chili di cocaina tramite la famiglia Maugeri, i ricarichi sul prezzo (“comprata a 41.500, venduta a 46.000, con 2.000 euro di guadagno per me”), le consegne a Casoria e i pagamenti recapitati in busta alla moglie.
Il sistema vacilla solo quando una partita di droga risulta difettosa, “sciolta come olio”. È in quel momento che interviene il boss Raffaele Paolo in prima persona, ormai scarcerato, cercando di sostituire la merce, ma l’operazione fallisce con l’arresto del corriere appena fuori Poggioreale.
La rottura con i Di Lauro e il nuovo gruppo armato
L’inchiesta non svela solo traffici, ma illumina le strategie geopolitiche della criminalità organizzata a nord di Napoli. Raffaele “o’ Rockets” non è più un semplice luogotenente. Scarcerato tra la fine del 2018 e il 2019, trova un territorio mutato e vertici meno propensi al conflitto aperto. Le parole del figlio delineano la nascita di una vera e propria fazione autonoma.
“Vincenzo Di Lauro è conosciuto come l’imprenditore, vuole apparire pulito… Papà si distaccò perché venne a sapere che i Di Lauro non volevano ‘fare o’ burdell’, ossia riconquistare i territori e le piazze di spaccio perdute a seguito delle faide, anche attraverso le guerre. Vincenzo Di Lauro era contrario e così mio padre costituì un gruppo.”
Nasce così una cosca ibrida. Da una parte, il narcotraffico puro, gestito con fiumi di cocaina smerciati in mezza Italia grazie a una rete di insospettabili, corrieri (come i giovani Kevin Fonzo ed Egidio Simonelli) e broker collegati anche ad altri clan storici, come i Bosti. Dall’altra, un’ala prettamente militare.
“Stavano ‘a sistema, cioè erano un gruppo armato pronto a reagire di fronte ad eventuali attacchi o ritorsioni dei Di Lauro.”
Un equilibrio precario, fondato sul narcotraffico e sull’intimidazione, che si è infranto contro il muro delle indagini. I riconoscimenti fotografici, le intercettazioni chirurgiche dei Carabinieri e, soprattutto, la memoria di un figlio che ha deciso di voltare le spalle al destino tracciato dal padre, hanno scritto la parola fine su uno dei capitoli più complessi della nuova criminalità organizzata partenopea.
