Napoli, il pentito racconta come i clan controllano il carcere di Poggioreale con droni e videocall

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Non più luogo di espiazione e isolamento, ma vero e proprio ufficio direzionale. I verbali di Pasquale Paolo svelano la facilità disarmante con cui i boss detenuti nel carcere di Poggioreale comunicano con l’esterno: dai micro-telefoni nascosti alle celle perquisite dai droni, il sistema penitenziario si scopre drammaticamente permeabile.

Se l’arresto del dicembre 2014 doveva segnare la fine della carriera criminale del giovane Pasquale Paolo, la realtà raccontata ai magistrati otto anni dopo restituisce uno scenario completamente diverso. Le mura del carcere di Poggioreale non sono state un limite, ma una semplice variazione logistica. La seconda puntata del nostro viaggio all’interno dell’ordinanza cautelare sul gruppo Paolo affronta uno dei nervi più scoperti del sistema giustizia italiano: la permeabilità delle carceri e l’uso spregiudicato della tecnologia da parte della criminalità organizzata.

Il “kit di sopravvivenza” hi-tech del detenuto

Dimenticate i vecchi “pizzini” passati di mano in mano durante l’ora d’aria. La camorra 2.0 viaggia su doppia SIM e connessione dati. Pasquale “o Lallone” illustra agli inquirenti un vero e proprio protocollo di sicurezza tecnologica, adottato per sfuggire ai controlli della Polizia Penitenziaria mantenendo un flusso comunicativo ininterrotto con l’esterno.

“Durante la mia detenzione a Poggioreale, avevo sia un telefono piccolino, un L8 Star, Dual Sim, che utilizzavo di giorno, quando c’era il pericolo che le guardie se ne accorgessero, sia – a partire dal pomeriggio, dalle 17:30/18 – uno smartphone, un Galaxy S3 mini, dual Sim, che cambiavo spesso, ogni 25 giorni/un mese.”

La gestione dei dispositivi è meticolosa. Il micro-telefono (l’L8 Star è un dispositivo grande quanto un accendino, facilmente occultabile anche nelle intercapedini delle celle o sul corpo) serve per le emergenze e le comunicazioni rapide diurne. La sera, quando i controlli nei bracci si diradano e le celle vengono chiuse, si passa allo smartphone. Un dispositivo che garantisce l’accesso alle app di messaggistica criptata e che viene sostituito ciclicamente, quasi come un “usa e getta”, per bruciare le tracce e i codici IMEI in caso di indagini elettroniche.

Lo smart working criminale e la scarcerazione in diretta

È proprio grazie a questa dotazione che Pasquale riesce a ricongiungersi, seppur virtualmente, con il padre Raffaele “o’ Rocker”, unendosi alla regia degli affari di famiglia. L’aneddoto più emblematico di questa connessione continua risale a cavallo tra il 2018 e il 2019, quando il boss storico del gruppo termina di scontare la sua pena.

“Mio padre è stato scarcerato dal carcere di Livorno, quando io stavo a Poggioreale […]. Lo andò a prendere Lino del Bar Zeus, insieme a mia mamma e mia sorella Angela. Io ero collegato in videochiamata, l’ho visto uscire dal carcere di Livorno.”

Un paradosso istituzionale: un detenuto nel carcere di massima sicurezza di Napoli assiste in diretta streaming, su WhatsApp, all’uscita dal carcere del padre in Toscana. Da quel momento, le sbarre si annullano. Il filo diretto tra i due diventa l’asse portante per la ricostruzione del gruppo autonomo.

“Subito, quindi, iniziai ad avere contatti con lui, contatti pressoché quotidiani, parlavamo insieme a lungo, anche perché erano circa 6 anni, da quando ero stato arrestato, che non ci vedevamo. A volte finivamo di parlare anche alle due o tre di notte.”

Un flusso ininterrotto di informazioni tattiche, direttive sulle estorsioni e gestione del narcotraffico. Un “ufficio di notte” che cesserà solo il 1° dicembre 2020, quando Pasquale verrà trasferito al carcere lucano di Melfi.

Droni sui cieli di Secondigliano: l’evoluzione del contrabbando

Ma come entrano smartphone e micro-telefoni in penitenziari teoricamente invalicabili? Se storicamente si corrompevano secondini o si sfruttavano i pacchi dei familiari, i documenti dell’inchiesta aprono uno squarcio su metodologie ben più sofisticate.

L’attendibilità di Pasquale Paolo viene infatti ratificata dai magistrati anche in virtù di un altro procedimento parallelo (il n. 26144/2021). Il pentito, infatti, ha definito la sua posizione patteggiando per il suo coinvolgimento in “una complessa associazione per delinquere finalizzata all’introduzione all’interno del carcere di Secondigliano di droga e telefoni cellulari, attraverso droni”.

La tecnologia aeromobile a pilotaggio remoto ha stravolto le regole del contrabbando carcerario. Velivoli silenziosi, capaci di volare di notte e dotati di sistemi di sgancio, bypassano metal detector e perquisizioni corporali, atterrando o calando i carichi (composti da panetti di droga, schede SIM e telefoni come quelli usati da Pasquale) direttamente in prossimità delle finestre delle celle o nei cortili di passeggio.

È questo il contesto in cui matura il potere dei boss detenuti: un carcere ridotto a un groviera digitale, dove chi possiede un segnale 4G comanda esattamente come se si trovasse per le strade del proprio quartiere. E sarà proprio grazie a uno di questi smartphone clandestini che Pasquale intesserà una nuova, pericolosissima rete di narcotraffico interregionale, stringendo un patto con un insospettabile compagno di prigionia tunisino. Un affare milionario di cui parleremo nella prossima puntata.

2.continua