La svolta nelle indagini sulla “stesa” del 27 settembre scorso nel Parco Verde: in manette un trentenne. Sullo sfondo l’ombra degli Amato-Pagano.
I Carabinieri stringono il cerchio attorno al commando dei dodici motociclisti che seminò il panico tra via Tulipano e viale Margherita. L’inchiesta della DDA svela l’asse criminale tra l’area nord di Napoli e le piazze di spaccio caivanesi dopo la caduta del boss “Tibiuccio”.
Il cerchio delle indagini sulla feroce dimostrazione di forza militare dello scorso 27 settembre nel Parco Verde di Caivano si stringe ulteriormente. I Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Castello di Cisterna hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Felice Campanile. Si tratta del quarto arresto nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, che va ad aggiungersi ai tre provvedimenti firmati a metà aprile dal GIP del Tribunale di Napoli, Federica Girardi.
Campanile, difeso dall’avvocato Domenico Dello Iacono, si trova ora ristretto in regime detentivo in attesa dell’interrogatorio di garanzia. Le accuse contestate a vario titolo a tutti gli indagati sono pesantissime: pubblica intimidazione con uso di armi e porto illegale di armi da fuoco, entrambi i reati blindati dall’aggravante del metodo mafioso (ex art. 416-bis 1 c.p.).
Il commando e il ruolo del basista
Il quadro indiziario delineato dagli investigatori dell’Arma restituisce ora una mappa nitida di quel pomeriggio di puro terrore, durante il quale furono esplosi quindici colpi di pistola tra via Tulipano e viale Margherita. Non si trattò dell’iniziativa estemporanea di una paranza emergente, bensì di un’azione militare pianificata nei minimi dettagli.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il commando era composto da dodici sicari in sella a sei moto e scooter di grossa cilindrata. Un gruppo di fuoco che non ha agito alla cieca: ad attenderli all’interno del Parco Verde c’era infatti un basista residente nel rione, il quale ha offerto supporto logistico, accogliendo i killer prima della “stesa” e fornendo le indicazioni necessarie per muoversi e colpire al sicuro tra i palazzoni.
L’asse Scampia-Caivano
Prima del fermo di Campanile, la scure della magistratura si era già abbattuta sul quarantunenne Antonio Cangiano, sul ventisettenne Salvatore D’Arco (già detenuto da marzo) e sul ventitreenne Michael Rossi (già ristretto ai domiciliari). Proprio il profilo di D’Arco, residente a Scampia e legato da vincoli di parentela a Gennaro Sautto – fratello del boss detenuto Nicola Sautto –, puntella l’ipotesi della DDA sull’esistenza di un asse criminale transcomunale.
L’ombra che si allunga sul raid è quella degli Amato-Pagano, gli “Scissionisti” di Secondigliano. Gli investigatori ipotizzano che i componenti del commando fossero elementi “in prestito”, veri e propri mercenari della camorra ingaggiati per lanciare un segnale d’impatto sul territorio.
La caccia agli otto latitanti
L’imboscata a colpi di calibro 9 sarebbe maturata in un preciso momento di transizione geografica del potere. I vuoti lasciati dalla decimazione del clan Ciccarelli (storici alleati dei Sautto) e, in tempi più recenti, dall’arresto del ras Antonio Angelino, alias “Tibiuccio”, hanno scatenato gli appetiti delle consorterie di Napoli Nord sul feudo dello spaccio caivanese.
Le indagini, tuttavia, non si fermano qui. All’appello della giustizia mancano ancora almeno otto partecipanti al raid. La caccia è aperta per identificare il resto della batteria di fuoco che ha trasformato il Parco Verde nel teatro di una clamorosa intimidazione: un messaggio di piombo indirizzato ai clan rivali, ma anche una sfida aperta allo Stato.
