I registri del crack a Ponticelli: la contabilità parallela del clan e i “piani di lavoro” della droga : codici, cifre e messaggi cifrati nei fogli mastro di “Bodo” De Micco
“Belgio 100” e la tassa del Conocal: così la camorra dell’est gestiva l’azienda dello sballo
Focus investigativo sui fogli mastro sequestrati nei laboratori del Rione Fiat e del Lotto 10: le indagini della DDA e le intercettazioni svelano la gestione manageriale del primo grande cartello, tra forniture coatte e sigle in codice.
Attraverso i manoscritti contabili denominati “piani di lavoro”, gli inquirenti ricostruiscono i flussi finanziari di sigle come “Belgio 100” e “Conocal 200”. Le cimici ambientali piazzate a casa di Giovanni Braccia e i retroscena logistici svelano un sistema asfissiante in cui ogni grammo di cocaina e crack veniva registrato per garantire gli stipendi ai detenuti.
La burocrazia aziendale del narcotraffico
Nelle pieghe delle indagini condotte dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, emerge un dato che separa la malavita disorganizzata dalle grandi holding mafiose: la burocrazia del crimine.
I magistrati della Dda di Napoli nel corso delle indagini si sono addentrate in un labirinto di fogli manoscritti, quaderni e registri contabili cartacei sequestrati nel corso delle perquisizioni nei laboratori di taglio e stoccaggio della periferia est.
Questi documenti, definiti dagli stessi investigatori della Squadra Mobile e nei verbali come i “piani di lavoro della droga”, non erano semplici appunti estemporanei.
Rappresentavano i bilanci d’esercizio di un’impresa criminale che muoveva decine di migliaia di euro a settimana. Nei registri, sequestrati principalmente tra le palazzine del Rione Fiat e i garage del Lotto 10, i contabili del cartello unificato De Micco/De Martino annotavano meticolosamente le uscite per l’acquisto delle partite all’ingrosso, le spettanze per i corrieri, le mesate per i detenuti e, soprattutto, i debiti contratti dai singoli referenti delle piazze di spaccio subordinate.
Decifrare il codice: da “Belgio 100” alla tassa del Conocal
Il lavoro più complesso per gli specialisti della Polizia Giudiziaria è stato quello di decrittare la rete di pseudonimi, sigle geografiche e cifre abbreviate impiegata dai contabili per non rendere immediatamente comprensibili i libri mastro in caso di blitz. L’inchiesta fissa punti fermi su alcune sigle strategiche che dimostrano la capillarità del controllo economico del clan.
La prima sigla analizzata dagli investigatori è “BELGIO 100”. Dietro questo codice si nascondeva, secondo l’impianto accusatorio, un canale di flussi finanziari e logistici direttamente ricollegabile a Mariano Pace e al padre Salvatore Pace. La famiglia Pace, titolare di stabili depositi e avviate attività commerciali nel settore del materiale edile posizionate in aree attigue ai rioni popolari, veniva utilizzata dall’organizzazione sia come punto d’appoggio per la mimetizzazione di capitali, sia come snodo per investimenti apparentemente leciti.
La sigla “CONOCAL 200” indicava invece la quota fissa periodica di rifornimento o la tangente d’ingresso imposta sul mercato del crack all’interno del Parco Conocal, l’ex roccaforte dei D’Amico ora sottomessa ai De Micco. Ogni transazione legata al passaggio delle partite di stupefacente veniva registrata sotto questa dicitura.
Nei medesimi fogli compariva la sigla “O RUSS 50”, espressione numerica legata alle provvigioni e alle consegne effettuate dai corrieri addetti allo smistamento rapido, e “CHIATTO 100”, uno pseudonimo contabile che gli inquirenti associano a membri della paranza dei De Martino (il gruppo dei XX) con compiti di vigilanza armata e presidio delle piazze di spaccio del Rione De Gasperi.
I laboratori del Rione Fiat e le cimici a casa di Giovanni Braccia
A dare corpo e voce a questa contabilità apparentemente fredda intervengono i riscontri tecnici delle intercettazioni ambientali. L’inchiesta evidenzia il ruolo logistico di Domenico Esposito, noto nei vicoli come “Mimmotto”. L’abitazione di Esposito, situata nel cuore del Rione Fiat, era stata trasformata in un vero e proprio hub aziendale: un appartamento-bunker adibito al taglio chimico, alla pesatura e al confezionamento in dosi delle sostanze prima della distribuzione sul mercato.
Contemporaneamente, i colloqui registrati nell’abitazione di Giovanni Braccia hanno offerto uno spaccato nitido delle frizioni interne legate alla gestione burocratica del territorio. Braccia, intercettato mentre discute animatamente con i suoi sodali, non si limita a parlare di droga.
Le microspie catturano dialoghi fitti relativi alla gestione di pratiche amministrative immobiliari per alloggi comunali e popolari, con espliciti riferimenti a un soggetto denominato “Sollazzo”.
Il clan, per mantenere l’ordine all’interno dei lotti, non si occupava solo di verificare che i conti della cocaina tornassero al centesimo, ma si arrogava il diritto di gestire la burocrazia parallela delle assegnazioni abusive delle case vuote, offrendo favori edilizi o sfrattando i morosi per conto dei propri protetti.
La contabilità sequestrata nei complessi popolari
L’analisi scientifica effettuata dalla Procura della Repubblica sui “piani di lavoro” trova un riscontro simmetrico e devastante nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, in particolare nei faldoni dei verbali di Antonio Pipolo e Rosario Rolletta. I pentiti hanno spiegato ai magistrati della DDA come la precisione nella redazione di quei fogli mastro fosse una questione di vita o di morte all’interno del cartello De Micco/De Martino.
Nelle loro deposizioni, i collaboratori descrivono la figura dei contabili del clan come soggetti freddi, incaricati di incrociare ogni sera le vendite al dettaglio con i panetti consegnati all’inizio della settimana. Se sui fogli mastro intestati a sigle come “Belgio 100” o “Chiatto 100” emergeva un ammanco anche minimo rispetto alla quota pattuita, il gestore della piazza veniva immediatamente convocato in via Piscettaro o a Largo Molinari. “Se i conti non tornano, paghi con il sangue”
Non erano ammesse scuse basate su eventuali sequestri delle forze dell’ordine o perdite di clienti: il debito veniva iscritto nel registro e, se non ripianato immediatamente attraverso l’iniezione di capitali personali, portava dritto alle ritorsioni armate, alle stese o al sequestro dei veicoli. Quei fogli di carta sequestrati dagli investigatori rappresentavano la spina dorsale economica del clan, lo strumento manageriale attraverso cui la camorra trasformava la polvere in ricchezza e potere assoluto sul quartiere.
