Ecco come la banda del buco ha beffato i detector della Bpm a Giugliano

Ultime News

Napoli, assolti il gestore della pizzeria ‘Dal Presidente’ e cinque coimputati: il fatto non sussiste

Titolo: Assolti sei imputati della celebre pizzeria napoletana, un...

Napoli, indagini in corso per aggressione grave a un pubblico esercizio nel Vomero

Violenza al Vomero: Aggressione al Titolare di un Pub,...

Arzano, rivelazioni di un pentito: «I Monfregolo gestivano i fondi mentre noi soffrivamo la miseria»

Arzano: un conflitto interno apre una ferita profonda nella...

L’infiltrazione millimetrica nel cuore della filiale di Giugliano, il sequestro dei dipendenti e la violenza in strada: i dettagli inediti dell’inchiesta della Procura di Napoli Nord.

Mentre cinque uomini mascherati sventravano il bancomat sbucando da un foro di quaranta centimetri, all’esterno una rete di “pali” in sella a scooter e biciclette sorvegliava Corso Campano, arrivando a pestare un passante pur di garantire l’impunità della banda.

Il varco nel cemento

Un foro di appena quaranta-cinquanta centimetri di diametro. Poco più dello spazio necessario a far passare un corpo umano di spalle. È da quella feritoia, aperta nel pavimento degli uffici interni dopo giorni di scavi nel buio della rete fognaria comunale, che si è materializzato l’incubo della filiale della Banca Popolare di Milano di Giugliano in Campania, al civico 266 di Corso Campano.

Un assalto chirurgico, pianificato per coincidere con il momento di massima vulnerabilità dell’istituto: le operazioni di caricamento dei contanti nell’apparecchio ATM (il bancomat esterno). Il bottino finale, certificheranno le denunce della direzione della banca, sfiora la cifra tonda: 99.480 euro, svaniti nel nulla lungo i canali sotterranei della città.

I cinque fantasmi in tuta bianca e il sequestro dei cassieri

Le immagini delle telecamere interne e le testimonianze dei dipendenti descrivono una scena da film d’azione. Dal buco nel pavimento emergono cinque uomini. Sono interamente travisati: indossano tute integrali bianche, impermeabili da cantiere e pesanti guanti in gomma per evitare il rilascio di impronte digitali o frammenti di DNA epidermico.

In pugno hanno pistole che sembrano vere a tutti gli effetti. Il primo a essere preso di mira è l’impiegato Michele Varriale: un bandito lo afferra per la spalla, usandolo come scudo umano e costringendolo a chiamare ad alta voce la guardia giurata, Vittorio Accietto, in quel momento chiusa nel gabbiotto di sicurezza blindato.

Sotto la minaccia ravvicinata delle armi, il vigilante viene obbligato a uscire e a sbloccare i dispositivi di apertura delle porte esterne. Contemporaneamente, il cassiere Salvatore Martorelli si ritrova la canna di una pistola puntata al volto: deve consegnare immediatamente le mazzette di denaro destinate ai cassetti dell’ATM.

Il monitoraggio esterno: la staffetta tra scooter e biciclette

Ma il vero capolavoro logistico della banda – ciò che l’ordinanza del GIP mette in luce grazie a una minuziosa ricostruzione dei tabulati telefonici e delle telecamere pubbliche – avviene in superficie. Corso Campano è un’arteria trafficata, esposta al passaggio continuo di pattuglie. Per questo motivo, il piano prevede una sorveglianza mobile “a cerchi concentrici”.

Beniamino Belfiore presidia l’area a bordo di un capiente scooter Piaggio Beverly: effettua continui passaggi davanti alle vetrate dell’istituto per sbirciare i movimenti dello staff e segnalare via radio l’arrivo dei contanti.

A fargli da spalla c’è Giuseppe Giappone. L’indagato si muove inizialmente in auto per mappare la zona, poi scende e monta in sella a una bicicletta. È una scelta tattica precisa: la bicicletta permette di muoversi a passo d’uomo sul marciapiede, fermandosi davanti alle grandi vetrate della BPM senza destare il minimo sospetto nei passanti.

Giappone scruta l’interno, valuta i tempi tecnici del caricamento dell’ATM e, una volta dato il via libera definitivo ai complici posizionati nella fogna, cede il mezzo a un terzo complice, incaricato di fare da sentinella statica a pochi metri dall’ingresso.

La legge del silenzio: l’aggressione al testimone oculare

È proprio durante le fasi concitate del prelievo del denaro che l’ingranaggio perfetto rischia di incepparsi. Un passante, identificato dagli inquirenti come Leonid Trofimenko, si accorge che qualcosa non quadra all’interno della banca. Nota le sagome degli uomini in tuta bianca e commette l’errore di estrarre il telefono cellulare dalla tasca per comporre il numero di emergenza delle forze dell’ordine.

La reazione del “palo” in bicicletta è immediata e di una violenza inaspettata: l’uomo si scaglia contro il passante, lo percuote con brutalità e gli strappa il telefono dalle mani, scaraventandolo a terra sull’asfalto per distruggerlo e interrompere la chiamata. Un’azione fulminea che spegne sul nascere l’allarme e garantisce ai cinque operativi nel sottosuolo il tempo necessario per calarsi nuovamente nel foro con i sacchi pieni di banconote e svanire nel labirinto fognario prima dell’arrivo delle sirene.