Il boss pentito Giannelli: «Volevamo uccidere Luigi Bitonto, si salvò grazie alla polizia»

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La svolta sull’omicidio di Rodolfo Zinco dopo dieci anni di indagini: otto collaboratori di giustizia svelano i segreti della faida nell’area occidentale. Nei verbali del boss Giannelli anche il retroscena sul piano per eliminare Luigi Bitonto: «Ci fermammo solo per i troppi controlli delle forze dell’ordine».

I patti di camorra, nella periferia occidentale di Napoli, valgono meno del piombo. Si muore per una percentuale non corrisposta, per un appuntamento tra vecchi soci che si trasforma in trappola, o semplicemente perché qualcuno, dall’altra parte del tavolo, ha deciso che il 50 per cento dei guadagni sui traffici illeciti è una quota troppo alta da spartire.

La ricostruzione dell’omicidio di Rodolfo Zinco, detto “’o gemello”, assassinato il 22 aprile 2015 a Fuorigrotta, non è solo la cronaca di un’esecuzione spietata. È la radiografia di un potere criminale fluido, mappato in un’inchiesta della Procura Antimafia durata dal 2017 al 2025 e culminata, lo scorso 11 giugno, nell’ordinanza di custodia cautelare a carico di Ciro Pauciullo.

A fare luce su dieci anni di ombre sono i verbali di ben otto collaboratori di giustizia. Tra questi, le confessioni dell’ex boss Alessandro Giannelli, ex socio e poi mandante del delitto, aprono uno squarcio su retroscena finora rimasti inediti.

Il verbale inedito: il fallito agguato ad Agnano

I pentiti non stanno solo ricostruendo il passato, ma stanno ridisegnando la mappa dei rancori mai assopiti tra Fuorigrotta, Bagnoli e il Rione Traiano. Giannelli, un tempo a capo dell’omonimo gruppo malavitoso, ha confessato ai magistrati della DDA di aver pianificato un altro omicidio eccellente, quello di Luigi Bitonto. Un piano di morte affidato proprio a quel Ciro Pauciullo ritenuto un killer implacabile, un uomo “prestato” militarmente dal clan Cutolo del Rione Traiano (i cosiddetti “borotalco”).
Le parole di Giannelli, messe a verbale davanti ai pubblici ministeri, descrivono la freddezza della pianificazione e il ruolo del killer:

«Io e Ciro Pauciulli (questo è il cognome con cui lo conosco) in un paio di occasioni avremmo dovuto uccidere Luigi Bitonto, ma non ci riuscimmo perché nelle occasioni prestabilite trovammo ad Agnano molte forze dell’ordine e quindi ci rinunciammo. Ne eravamo a conoscenza solo io e lui, al quale mi rivolsi in quanto sapevo che non aveva remore a uccidere».

Due tentativi falliti solo per un imprevisto controllo del territorio da parte dello Stato. Un segreto custodito per anni da due sole persone, prima che la scelta di collaborare con la giustizia facesse crollare il muro di omertà.

L’appuntamento con la morte in vico Festignano

Per capire come si sia arrivati a quel livello di scontro, gli investigatori del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Napoli hanno dovuto riavvolgere il nastro fino al 2015. Rodolfo Zinco era tornato in libertà dopo una lunga detenzione. Un elemento di peso, vecchia scuola, che aveva immediatamente ripreso in mano le redini degli affari criminali a Bagnoli.

Giannelli lo vedeva come un socio, ma soprattutto come un ostacolo: i proventi delle estorsioni e della droga non venivano divisi equamente.
La decisione di eliminarlo viene presa a tavolino. La sera del 22 aprile, Giannelli utilizza l’arma più antica della camorra: il tradimento. Attira Zinco in un tranello, chiedendogli un appuntamento chiarificatore nei pressi della sua stessa abitazione. Quando “’o gemello” arriva in vico Vicinale Festignano, non trova un accordo, ma il fuoco.

Il commando entra in azione. Vengono esplosi otto colpi di pistola calibro 9. Cinque proiettili centrano Zinco in parti vitali, compresa la testa, non lasciandogli scampo. Secondo la Procura, Giannelli non solo ordina l’agguato, ma vi assiste per assicurarsi del risultato, spalleggiato da Maurizio Bitonto, Patrizio Allard e dallo stesso Ciro Pauciullo, l’uomo senza “remore a uccidere”.

L’effetto domino dei pentiti

A blindare l’impianto accusatorio dei Carabinieri e dei magistrati non c’è solo la voce di Giannelli. L’inchiesta si muove su un effetto domino che ha visto crollare i vertici delle organizzazioni della zona flegrea. Fondamentali si sono rivelate le dichiarazioni di Gennaro Carra, un tempo alla guida del gruppo del Rione Traiano da cui proveniva il killer Pauciullo, e quelle di altri quattro collaboratori di giustizia: Alessandro De Falco, Gaetano Vigilia e Domenico Di Napoli.

Le loro deposizioni incrociate hanno permesso di ricostruire la rete di alleanze e “prestiti” di manovalanza armata tra i quartieri. Un asse di sangue che per quasi un decennio ha tenuto sotto scacco la periferia ovest di Napoli e di cui l’arresto di Pauciullo rappresenta solo l’ultimo, definitivo capitolo giudiziario.