La «Faida del fuoco» a Bagnoli: così il clan Esposito scatenò l’inferno contro i Giannell

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Il raid punitivo contro il bar del padre del boss Giannelli e le risposte armate dei rivali. I verbali inediti dei collaboratori svelano la strategia del terrore commerciale utilizzata dai vertici del gruppo Esposito-Nappi per scalzare i rivali.

La strategia della terra bruciata: colpire gli affetti ed i beni del capo

Nel violento scontro dinastico e militare che ha visto contrapposti il clan di Alessandro Giannelli e la fazione facente capo a Massimiliano Esposito e alla moglie Maria Matilde Nappi, l’inchiesta della Dea individua un salto di qualità nelle dinamiche della ritorsione: il ricorso sistematico all’incendio doloso come arma di pressione economica e psicologica.

L’incendio del Bar “Napul’è”  non rappresenta un isolato atto di vandalismo, bensì il fulcro di una precisa strategia della “terra bruciata”.
Il locale in questione, situato nel cuore di Bagnoli, non era un esercizio commerciale qualunque, ma era gestito direttamente da Giuseppe Giannelli, padre del boss Alessandro, che da alcuni mesi è diventato un collaboratore di giustizia.

Colpire quell’attività significava per il gruppo rivale mandare un segnale inequivocabile: l’immunità familiare era terminata. Le risultanze investigative individuano in Gianluca Noto l’esecutore materiale dell’attacco, supportato da una pattuglia di complici in sella a scooter pronti a fare da scorta armata durante le fasi di sversamento del liquido infiammabile e del successivo innesco.

Il fuoco, nelle intenzioni dei mandanti, doveva azzerare la visibilità economica del gruppo Giannelli e riaffermare la sovranità degli Esposito-Nappi sul territorio.

La logistica del terrore chimico

Le indagini tecniche e i rilievi della polizia scientifica hanno ricostruito minuziosamente i dettagli di quella notte di fuoco. Gli attentatori agirono in pochissimi minuti, sfruttando l’assenza di pattuglie e la copertura della tarda ora notturna.

Vennero utilizzate taniche di benzina miscelata con olio per motori, un accorgimento chimico studiato appositamente per rendere le fiamme più viscose, difficili da domare e distruttive per le saracinesche e gli arredi interni del locale.
La ritorsione non si fermò all’attività del padre del boss. L’inchiesta mappa una serie di risposte incendiarie incrociate che colpirono autovetture, motocicli e finanche i portoni delle abitazioni di soggetti ritenuti contigui o semplicemente imparentati con le rispettive fazioni.

Una progressione criminale che rischiò più volte di provocare stragi nei palazzi densamente popolati di Bagnoli e delle palazzine di Agnano.

I verbali a caldo dei pentiti: i retroscena raccontati 

A svelare la genesi del raid, l’ordine impartito dai vertici e le reazioni furiose che seguirono all’incendio del Bar “Napul’è” sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che vissero quelle ore in prima linea all’interno delle organizzazioni.
Il collaboratore di giustizia Romano Salvatore, descrivendo il clima di terrore e l’ordine scattato dalle retrovie del gruppo Esposito-Nappi, ha messo a verbale parole chiarissime:

“L’ordine di bruciare il bar del padre di Alessandro Giannelli arrivò direttamente dalle palazzine di via Di Niso. La disposizione era quella di dare una mazzata fortissima ad Alessandro, colpendolo nelle cose sue e della sua famiglia, perché lui pensava di essere intoccabile. Gianluca Noto fu incaricato di guidare il gruppo per la spedizione. Si mossero di notte con due motorini, portandosi dietro le taniche di benzina che avevano riempito a un distributore automatico verso Fuorigrotta. Quando diedero fuoco al ‘Napul’è’, l’intenzione non era solo quella di fare un danno economico, ma di fargli capire che se non se ne andava da Bagnoli, la prossima volta le fiamme sarebbero arrivate dentro casa sua.”

A confermare la violenza della risposta e lo stato di agitazione dei Giannelli all’indomani del raid è il collaboratore Esposito Pasquale Junior, che descrive la reazione interna al clan colpito:

“Quando Alessandro Giannelli seppe che avevano bruciato il bar di suo padre Giuseppe, andò su tutte le furie. Per lui fu un’offesa gravissima, un affronto che non si poteva lavare se non con le armi. Ricordo che si sparse subito la voce tra noi ragazzi che dovevamo stare pronti, perché Alessandro ordinò immediatamente di trovare i responsabili e di rispondere con la stessa moneta. Disse che dovevamo bruciare tutto quello che apparteneva agli Esposito e ai Nappi, a cominciare dalle macchine delle loro mogli e dei loro parenti a Bagnoli. Per qualche settimana a Cavalleggeri e ad Agnano non si capiva più niente: ogni notte c’era un’auto che andava a fuoco e la gente del quartiere aveva paura persino di parcheggiare la macchina sotto al balcone.”

Un ulteriore dettaglio inedito sulla pianificazione tattica e sui timori degli esecutori viene fornito dalle dichiarazioni di Stanica Mihai Lucian:
“Ero presente quando si discuteva della sicurezza della zona dopo quell’incendio. Gianluca Noto e gli altri che avevano partecipato al raid contro il bar dei Giannelli sapevano di aver superato il limite e si erano nascosti perché temevano una risposta immediata con le pistole. Sapevano che Alessandro Giannelli non avrebbe fatto passare molte ore. Infatti, nei giorni successivi, i Pinto e i De Falco giravano armati sui motorini cercando proprio Noto e i ragazzi legati alle palazzine. Gli incendi erano diventati il modo per farsi la guerra senza fare rumore con gli spari, per evitare che le guardie stessero h24 nel quartiere, ma la tensione era arrivata a un punto tale che bastava una scintilla per far scoppiare un omicidio al giorno.”