Clan Contini, la Cassazione annulla il carcere per “Zezzella”: vacillano le accuse

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Camorra, si incrina uno dei pilastri dell’inchiesta sul clan Contini: la Cassazione smonta l’accusa nei confronti di Carmine De Luca : annullata la misura cautelare per “Zezzella”

La Suprema Corte accoglie il ricorso della difesa e rinvia gli atti al Tribunale del Riesame. Per i giudici non sono stati adeguatamente motivati i gravi indizi che indicavano Carmine De Luca come vertice o affiliato del clan Contini. Ora si riapre la partita giudiziaria e il presunto ras potrebbe lasciare il carcere.

Colpo di scena nell’inchiesta sulla camorra napoletana

Un duro colpo all’impianto accusatorio del maxi blitz contro il clan Contini. La Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Carmine De Luca, conosciuto negli ambienti criminali con gli alias “Zezzella” e “Capa Bianca”, rimettendo gli atti al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione della sua posizione.

La decisione dei giudici della Suprema Corte rappresenta un passaggio destinato ad avere un peso significativo nell’inchiesta che, lo scorso marzo, aveva portato all’esecuzione di 71 misure cautelari contro presunti esponenti dei cartelli dell’Alleanza di Secondigliano e dei Mazzarella.
Nel frattempo, per De Luca si apre concretamente la prospettiva della scarcerazione.
Le motivazioni della Cassazione

A convincere gli Ermellini sono state le argomentazioni formulate dai difensori, gli avvocati Domenico Dello Iacono e Giuseppe Ricciulli, che hanno contestato la solidità del quadro indiziario costruito dalla Direzione distrettuale antimafia.

Secondo la difesa, diversi elementi raccolti nel corso delle indagini non sarebbero compatibili con il ruolo apicale attribuito a De Luca dagli investigatori.

Tra questi assumono particolare rilievo alcune intercettazioni nelle quali sarebbe lo stesso boss Patrizio Bosti a non riconoscere in De Luca un referente di primo piano dell’organizzazione.
Un elemento che, secondo la difesa, finirebbe per escludere sia un ruolo direttivo sia una posizione di particolare rilievo all’interno della cosca.

I pizzini della contabilità del clan

Un altro punto ritenuto decisivo riguarda la documentazione sequestrata durante le indagini nell’abitazione di Domenico Scutto. Nei 66 fogli manoscritti contenenti la presunta contabilità interna del clan Contini, il nome di Carmine De Luca non comparirebbe mai.

Per i difensori questo particolare assume un valore determinante: l’assenza del suo nominativo tra i destinatari della cosiddetta “mesata”, lo stipendio riconosciuto agli affiliati, sarebbe incompatibile con l’ipotesi che fosse un appartenente stabile dell’organizzazione criminale.
Proprio questi elementi hanno indotto la Cassazione a ritenere necessario un nuovo esame della vicenda da parte del Tribunale del Riesame.

La tesi della Dda

Di segno opposto la ricostruzione della Procura di Napoli. Per i magistrati della Direzione distrettuale antimafia, De Luca avrebbe ricoperto il ruolo di reggente del clan Contini nell’area del Borgo Sant’Antonio Abate, il cosiddetto “Buvero”, gestendo i rapporti con i clan alleati e partecipando ai summit dell’organizzazione.

Un ruolo di vertice che, almeno allo stato, la Suprema Corte ha ritenuto non sufficientemente sorretto da un quadro indiziario adeguatamente motivato.

Il maxi blitz di marzo

L’indagine, coordinata dalla Dda di Napoli e condotta dalla Squadra Mobile della Questura e dai carabinieri del Reparto Operativo del Comando Provinciale, aveva portato nel marzo scorso all’esecuzione di 71 misure cautelari.

L’inchiesta ha ricostruito gli assetti criminali riconducibili ai cartelli dei Contini, dei Mazzarella e dei Savarese-Pirozzi, delineando il controllo militare di numerosi quartieri cittadini attraverso la presenza stabile degli affiliati, la disponibilità di armi e la capacità di imporre il proprio predominio sul territorio.

Tra gli indagati figuravano anche nomi di primo piano della criminalità organizzata napoletana, tra cui Michele Mazzarella, Luigi Giuliano detto “Zecchetella” e Gennaro De Luca, parente dello stesso Carmine De Luca.

La decisione della Cassazione non chiude il procedimento, ma impone ora al Tribunale del Riesame una nuova valutazione della consistenza dei gravi indizi di colpevolezza. Un passaggio che potrebbe incidere non solo sulla posizione di De Luca, ma anche sulla tenuta complessiva di uno dei filoni investigativi più rilevanti degli ultimi mesi contro i clan dell’Alleanza di Secondigliano.