Il pentito rivela: «I Casalesi puntavano al 50% dei proventi del Jova Beach Party»

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Rivela un Pentito la Strategia dei Casalesi per Munirsi di Fondi Durante Grandi Eventi a Castel Volturno

In un recente interrogatorio che si è protratto per diverse ore, Vincenzo D’Angelo, pentito legato al clan dei Casalesi, ha fornito una radiografia inquietante della penetrazione criminale nella provincia di Caserta, descrivendo il modo in cui la cosca dei Russo, affiliata alla fazione Bidognetti, tentava di inserire le proprie mani su eventi di grande richiamo, in particolare il Jova Beach Party.

L’interrogatorio, di cui parte è stata divulgata nelle oltre 300 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Carla Sarno, ha messo in luce non solo le dinamiche interne al gruppo, ma anche l’atteggiamento predatorio verso le attività commerciali e gli eventi pubblici. La notizia, riportata in origine da www.cronachedellacampania.it, propone un riflesso dell’interazione fra criminalità organizzata e vita economica locale.

D’Angelo, cugino di secondo grado di Costantino Russo, il capo della fazione concorrente, ha ufficialmente confermato come il clan abbia voluto gestire una parte dei parcheggi allestiti per il noto concerto, stabilendo accordi di compartecipazione sugli introiti. “Costantino mi chiese di partecipare a questo affare, onde garantire il 50% delle entrate,” ha rivelato D’Angelo, specificando come l’operazione non sia andata in porto a causa della resistenza degli operatori locali, che non volevano legarsi a nomi noti per attività illecite.

Riconducendo la sua esperienza alla vita di clan, D’Angelo ha descritto una stratificazione di affari che andava oltre gli illeciti tradizionali. Ha sottolineato come Costantino Russo abbia accumulato un patrimonio notabile, non solo sugli esercizi commerciali, ma sulla stessa gestione del territorio. Le sue parole fanno riferimento a un vasto impero commerciale a Castel Volturno, dove il clan ha tentato di espandere i propri interessi a danno della concorrenza legittima.

È emerso che il clan, ora sotto la lente d’ingrandimento della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, gestisce attività di ristorazione, bar e stabilimenti balneari attraverso una rete di prestanome. La mappa del potere criminale si espande così non solamente ad attività illecite, ma anche a rendite derivanti da beni immobiliari e affitti di immobili storicamente contesi.

L’impatto sociale di queste dinamiche è evidente, soprattutto per i cittadini di Castel Volturno, dove l’infiltrazione malavitosa sta minando il senso di sicurezza. È un tema che preoccupa i residenti, già abituati a fare i conti con la paura e la mancanza di fiducia nelle istituzioni.

Il tentativo di allungare le mani su eventi come il Jova Beach Party mette in luce una tensione esistente tra cultura popolare e criminalità organizzata, una situazione che potrebbe minare non solo l’economia, ma anche il tessuto sociale della comunità. Nessuno vorrebbe pensare di doversi schierare tra partecipare a eventi festivi e doversi confrontare con le ombre della camorra.

Mentre l’inchiesta prosegue e gli investigatori verificano dichiarazioni e riscontri, l’attenzione dei cittadini resta alta. La domanda, a questo punto, è inevitabile: come possono le istituzioni garantire la legalità in un territorio così vulnerabile? La città chiede risposte, e la sensazione è che il dibattito su come affrontare questi fenomeni sia tutt’altro che chiuso.

Il panorama di Castel Volturno è quindi complesso, fatto di intrecci e scontri, di vita quotidiana e infiltrazioni criminali. Le autorità sono ora chiamate a rispondere a un’ulteriore sfida, questa volta di natura economica e sociale, che interroga tutti noi sulla sfida di un futuro libero dalla camorra.