Alla luce dei recenti sequestri di droga e telefonini a Secondigliano e dello sparo di un agente a Airola, le carceri campane mostrano crepe operative e normative che vanno colmate subito.
Nel primo caso è stato rinvenuto materiale stupefacente e un telefonino occultato da un detenuto durante controlli interni: si tratta di reati penali che aggravano la gestione quotidiana degli istituti. Nel secondo episodio un agente penitenziario ha esploso un colpo ferendo un detenuto che tentava la fuga dall’ospedale durante un trasferimento medico. Entrambi i fatti hanno attivato accertamenti giudiziari e procedimento disciplinare; è però importante distinguere la fase dei reati — il contrabbando e la fuga — da quella giudiziaria, fatta di indagini, informativa alla procura e possibili misure cautelari.
Questi episodi non sono solo cronache isolate: fotografano punti critici noti agli addetti ai lavori. I telefoni cellulari negli istituti non sono un gadget, sono strumenti che consentono il mantenimento di reti illecite all’esterno; la droga dentro le celle aumenta il rischio di violenza e ricatti. I trasferimenti sanitari restano i momenti più delicati: la rottura della catena di sicurezza o l’assenza di procedure rigide espone a fughe e a reazioni che possono degenerare in scontri. Va ricordato che ogni episodio di uso della forza sotto osservazione giudiziaria richiede tempestività investigativa e trasparenza senza pregiudizi, nel rispetto della presunzione d’innocenza e della tutela delle persone offese.
Sul piano operativo servono interventi immediati: dotare le carceri di sistemi di screening efficaci per pacchi e persone (scanner, metal detector e ispezioni mirate), estendere l’uso controllato di dispositivi per il blocco dei segnali nei luoghi critici, introdurre bodycam e videocontrollo estensivo nelle aree di scambio e negli spostamenti verso strutture sanitarie. Per gli accompagnamenti ospedalieri occorre un protocollo nazionale e regionale più stringente: squadra di scorta qualificata, percorsi separati, valutazione clinica condivisa e reparti dedicati quando possibile.
Sul versante normativo è urgente chiarire regole sull’uso della forza da parte del personale penitenziario, prevedere responsabilità disciplinari e penali snelle ma garantiste, e accelerare i procedimenti quando coinvolgono episodi di rilevanza pubblica. Investire in formazione de-escalation, salute mentale e turnazione del personale ridurrebbe la pressione quotidiana che spesso sfocia in episodi critici. Infine, la cooperazione stabile tra amministrazione penitenziaria, procure e forze dell’ordine è condizione necessaria perché misure tecnologiche e organizzative non restino solo buone intenzioni.
Non si tratta di militarizzare le carceri né di derubricare i diritti: è invece il momento di conciliare sicurezza, legalità e tutela delle persone. Se non si interviene con strumenti concreti e norme chiare, l’ennesimo caso isolato rischia di diventare la norma.
