Chiese e boss: vietare i funerali non spezza il consenso

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Airola, detenuto ferito durante tentativo di fuga: sparo da agente penitenziario

Durante il trasferimento di un detenuto dall'ospedale di Airola un agente della polizia penitenziaria ha esploso un colpo che ha ferito il detenuto in fuga. Sull'episodio sono in corso indagini per chiarire la dinamica e la legittimità dell'uso dell'arma.

Funerali di Pesacane: questore e prefetto blindano la chiesa, niente palco per il presunto boss

Il questore e il prefetto hanno disposto che i funerali del presunto esponente della criminalità si tengano in forma privata: scelta dettata dalla necessità di prevenire manifestazioni di supporto pubblico.

«Ranucci aveva capito chi era il mandante»: i messaggi che riaprono il caso in Campania

Messaggi attribuiti all’avvocato di Lavitola contengono la frase che Ranucci avrebbe compreso l’identità del presunto mandante. La pubblicazione riapre questioni probatorie e procedurali già delicate.

Imporre funerali in forma privata è una risposta necessaria, ma rischia di essere solo un palliativo se non si affrontano le radici del consenso attorno ai presunti esponenti della criminalità locale.

Nei giorni scorsi, la pressione dell’opinione pubblica e di associazioni civiche ha indotto le autorità a vietare cerimonie pubbliche per evitare manifestazioni di omaggio che trasformano una chiesa o una piazza in palcoscenico di potere. Misure del genere interrompono l’ostentazione e limitano i rischi di reclutamento, ma non colpiscono il fenomeno alla radice: il consenso sociale si costruisce sul territorio giorno dopo giorno, non soltanto nelle ore successive a un decesso.

È facile, e comprensibile, immaginare catechismi di divieto: sbarramenti, divise, transenne. Serve invece un approccio che esca dalla logica emergenziale. Le famiglie che si sentono protette dalla presenza di un uomo forte non smettono di averne bisogno perché un luogo di culto è stato chiuso per qualche ora. Se non si offrono alternative concrete — servizi, tutele, lavoro legale, percorsi di inclusione — quegli spazi vuoti vengono presto occupati da retoriche e simboli che rinnovano il consenso.

La risposta della magistratura e delle forze dell’ordine è imprescindibile: procedimento penale, azioni di prevenzione, scelta oculata delle misure cautelari e protezione delle persone offese. Ma la lotta culturale passa anche per le scuole, per i luoghi dell’assistenza sociale, per una pastorale delle comunità che sappia dire no all’apologia senza cercare facili scontri con le istituzioni. Bisogna rimettere in moto il tessuto relazionale della città, restituendo centralità alle regole quotidiane e alla dignità civica.

Limitare i cortei e impedire i funerali di piazza serve; non è però una soluzione onnicomprensiva. La vera partita si gioca lontano dai cordoni, tra un banco di scuola, un ufficio anti-racket, un centro di ascolto che tenga aperta la porta anche quando la cronaca non fa più notizia. Se le istituzioni pensano che basti il divieto, domani si troveranno ancora a spegnere l’ennesimo incendio simbolico, mentre il carburante del consenso continuerà a scorrere sotto la cenere.