Una bambina che ha visto la madre avvolta dalle fiamme a Gragnano è il detonatore per una domanda rimasta inascoltata: come protegge lo Stato un minore testimone di un delitto o di un incidente mortale?
Il primo punto da chiarire è che qui non si discute la responsabilità penale: la cronaca nera descrive un fatto di reato, la cronaca giudiziaria segue atti e misure. Quel che invece spesso manca è la risposta integrata al trauma del minore, che non si esaurisce in un verbale. Le emergenze sanitarie e gli interventi delle forze dell’ordine rispondono al pericolo immediato, ma l’assistenza psicologica e la presa in carico continuativa sono un’altra cosa: richiedono procedure, ambienti adeguati e professionalità specifica.
In ambito giudiziario sono previste misure per ridurre il danno ai testimoni vulnerabili: audizioni protette, perizie psicologiche su richiesta dell’autorità giudiziaria, e garanzie per la tutela della privacy. Nella pratica però, soprattutto fuori dai grandi centri, l’attivazione di questi strumenti è spesso lenta o frammentaria. Nei territori delle cinque province campane esistono esperienze positive, ma sono sparse e non sempre collegate tra loro: il risultato è che un minore può ricevere soccorso immediato e poi perdere ogni continuità terapeutica quando la cronaca lascia il posto alle procedure.
Occorre un piano operativo che parta da misure concrete. Prima: istituire unità mobili multidisciplinari — composte da psicologi forensi, mediatori e operatori sociali — pronte a intervenire nelle ore successive al fatto e a seguire il percorso terapeutico per i mesi successivi. Seconda: creare punti di ascolto protetti in ciascuna provincia campana, dotati di sale adatte alle audizioni protette e di personale formato per il lavoro con i minorenni. Terza: protocolli di coordinamento formalizzati tra procure, forze dell’ordine, servizi sociali e dipartimenti di salute mentale, con tempi certi per le perizie e per le misure di protezione.
Infine, formazione obbligatoria per chi prima incontra il minore — operatori del 118, polizia giudiziaria, personale sanitario — e un fondo regionale per garantire la continuità delle cure. Il rischio è che, dopo le telecamere e i titoli, resti solo il silenzio intorno a chi ha visto l’orrore. Proteggere un testimone minorenne non è un gesto di pietà: è una necessità di giustizia e prevenzione. La regione e le procure hanno gli strumenti, serve volontà per metterli in rete e farli funzionare davvero.
