‘Sto male, chiedo perdono, li ho uccisi io’, il fioraio di Pianura confessa il duplice omicidio ed evita l’ergastolo

“Sto male, sono un uomo distrutto e per questo chiedo perdono. Sono stato io”. Ha atteso tre anni e poi Antonio Riano, il fioraio di Pianura ha avuto l’opportunità di confessare di confessare il duplice omicidio di Luigi Simeone e della moglie Immacolata Assisi e di evitare l’ergastolo. Infatti i giudici della Quarta sezione della Corte d’assise d’appello lo hanno condannato a trent’anni di reclusione. La mossa di ammettere la colpa in Appello è servita ad evitargli l’ergastolo che gli era stato inflitto in primo grado. I coniugi di Melito furono assassinati il 18 aprile del 2015 nell’ambito di una compravendita immobiliare non andata a buon fine.

Una serie di menzogne dette per mesi interi, culminate in una premeditazione studiata fin nei minimi dettagli e particolari. E’ come «emerge dalla lunga e minuziosa programmazione del delitto, un lasso di tempo considerevole e nel corso del quale la sua intenzione è stata costantemente rivolta alla fase esecutiva, con predisposizione di mezzi e con la costituzione di un artificio per convincere le vittime a recarsi con lui nel luogo del delitto». Tutto questo messo in scena per acquistare una casa dal fioraio di Pianura, Antonio Riano che nell’ Aprile 2015 ha ucciso i due coniugi, Luigi Simeone e Immacolata Assisi sparando ben tre colpi di pistola. Un vero e proprio omicidio premeditato da quanto stabilito dai giudici. Una rincorsa all’orrore resa ancor più agghiacciante «dalla macabra promessa fatta all’Assisi di una sorpresa che l’avrebbe fatta piangere». Queste le conclusioni che emergono dalle motivazioni della sentenza di I grado con cui lo scorso Dicembre la III sezione della Corte d’assise di Napoli che avevano inchiodato il giovane assassino al carcere a vita.

Il movente. La Corte, presieduta da Carlo Spagna,  aveva inquadrato fase per fase tutti gli eventi che due anni fa anno portato all’ omicidio dei due coniugi i cui cadaveri sono stati ritrovati in una cava dismessa a Varcaturo. Un delitto macrabro il cui movente rientrante, secondo il pm Manuela Massimo Esposito, nella sfera «di natura economica, ma al tempo stesso passionale». L’obiettivo di Riano era «certamente volto ad assecondare a ogni costo il desiderio, per non dire il capriccio, della giovane e bella fidanzata (Anna Saraiello, ndr), sebbene questo aspetto vada tenuto distinto dalla motivazione del delitto, che ha natura essenzialmente economica, quella cioè di impossessarsi dell’abitazione delle vittime». I due coniugi avevano messo in vendita il proprio appartamento di via Colonne, a Melito, per acquistare una nuova casa a Lusciano di Aversa. Proprio per questo, nell’ autunno 2014, i due entrano in contatto con il loro carnefice. Raino si presentò loro come un imprenditore edile ma in realtà non aveva le risorse economiche necessarie per far fronte all’ investimento e concludere la trattativa. Di questo la fidanzata non era al corrente. Neanche i due coniugi lo sapevano. Quindi iniziò a mentire, tutte quelle bugie lo spinsero ad impugnare una Beretta per impossessarsi di quell’ immobile.

Premeditazione. Sono tante le imprudenze commesse da Antonio Riano nel suo percorso che lo portarono al delitto. Decisioni avventate che si sono trasformate in veri e propri indizi fondamentali per lo svolgimento del processo. Partendo dalla perquisizione domiciliare effettuata il 20 Aprile 2015. In casa gli investigatori trovano un contratto di compravendita ed uno scontrino da 4,50 euro. Il contratto, scrive la Corte d’Assise, «presenta spunti di comicità, trattandosi di un chiaro e maldestro collage di formule notarili fuori contesto, tanto che il notaio stesso disconosce in seguito la propria firma in calce al documento». L’assassino provò a cambiare le cose. Chiamò un suo amico, collaboratore in uno studio notarile, il quale non era a conoscenza dell’omicidio, per un consiglio. Gli consigliò di predisporre un contratto preliminare ma il tentativo fallì.

Lo scontrino. «si trovava in una busta insieme a una bottiglia di spumante». Riano, infatti, già il 17 aprile «aveva detto alla Saraiello di aver ricevuto le chiavi dell’appartamento; al che lei suggerì di acquistare dello spumante per festeggiare l’evento». Una recita, concludono i giudici, «che non può che far parte di un piano studiato anzitempo e che prevedeva anche la preparazione di un alibi». L’indomani Riano incontra i coniugi Simeone e li convince a seguirlo. Raggiunta l’ex cava Illiano di Varcaturo, il 28enne scende dalla propria Renault e sale a bordo del taxi di Luigi Simeone. Qui, seduto sul divano posteriore, spara tre volte e porta a termine la propria missione di morte. Ma anche il tentativo di inscenare una rapina finita nel sangue va a vuoto. Per lui l’ergastolo è proprio inevitabile.

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