Il clan dei cellulari dietro le sbarre: cellule nascoste nelle sedie a rotelle dei parenti, confessa pentito.

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L’ingegno dei detenuti e dei loro complici familiari non conosce limiti quando si tratta di introdurre illegalmente oggetti in carcere. Uno dei metodi utilizzati era quello di far entrare telefoni cellulari attraverso un detenuto di Marcianise, noto con il soprannome di Plusiello. Questa persona utilizzava la sedia a rotelle di un familiare per portare i telefoni durante le visite in carcere, poiché le sedie a rotelle non venivano perquisite durante l’ingresso in carcere. Questo sistema è stato interrotto dopo la collaborazione del pentito Enzo Topo durante gli interrogatori con i magistrati della Dda di Napoli, nell’ambito di un’indagine sul traffico di telefoni e droga in diverse carceri italiane gestita da un gruppo di camorristi.

Dai racconti dei pentiti emerge che l’organizzazione criminale aveva referenti tra gli agenti penitenziari in ogni carcere. Ad esempio, il pentito Pasquale Paolo ha raccontato di aver acquistato un telefono da un complice durante un periodo di isolamento al Padiglione Livorno, riuscendo poi a portarlo con sé a Melfi. Inoltre, c’era un tenente al terzo piano del Padiglione Avellino che faceva entrare telefoni grazie alla complicità di un agente penitenziario. Questo tenente era legato a un’organizzazione criminale e aveva inventato un sistema tramite drone per portare i telefoni in carcere insieme ad altri complici.

Gli indagati sono stati sottoposti all’interrogatorio di garanzia e molti di loro hanno scelto di non rispondere, rimanendo in carcere tranne una donna di 59 anni che è stata scarcerata con l’obbligo di dimora a Napoli. L’organizzazione criminale aveva come punto di riferimento un pilota di droni esperto, Vincenzo Scognamiglio, e aveva referenti tra gli agenti penitenziari in ogni carcere coinvolto nel traffico di telefoni e droga.

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