Condannati per frodi ai click day: migliaia di pratiche false su migranti per lucro illegale

Condanne per oltre 80 anni di carcere in un processo sulla truffa del “click day” per i migranti

A Napoli, il Tribunale ha emesso condanne complessive superiori a 80 anni di carcere nel processo con rito abbreviato riguardante un sistema illecito legato al “click day” per l’ingresso di migranti. La sentenza, pronunciata dal gup Luca della Ragione, conclude le indagini avviate nel giugno scorso dal Commissariato di San Giuseppe Vesuviano e dalla Squadra Mobile di Napoli, che hanno portato all’arresto di 11 persone e a misure cautelarie per altre 23.

Secondo la ricostruzione della Procura di Napoli, coordinata dal pm Giuseppe Visone della Direzione Distrettuale Antimafia, l’organizzazione ha sfruttato il decreto flussi per creare un business criminale. Il sistema coinvolgeva la presentazione di migliaia di istanze fittizie sul portale S.U.I. del Ministero, richiedendo somme tra 3.500 e 6.000 euro ai migranti per pratiche che spesso non portavano a veri impieghi. Non si trattava di episodi isolati, ma di un meccanismo stabile e strutturato, come emerge dalle indagini.

L’organizzazione era composta da diverse figure: professionisti come avvocati e consulenti del lavoro, datori di lavoro compiacenti con aziende fittizie, procacciatori di clienti nelle comunità straniere e operatori che gestivano le istanze online. Secondo gli atti investigativi, il gruppo era guidato da figure apicali come Vincenzo Sangiovanni, Santolo Genua, Gaetano Cola e Aniello Annunziata. Questo network operava tra studi legali, centri di assistenza fiscale (CAF) e portali governativi, trasformando un processo legale in una fonte di profitti illeciti.

Al centro del sistema c’era uno studio legale gestito da Giuseppe Menzione e legato alla famiglia Sangiovanni. Qui, secondo le indagini della Squadra Mobile, venivano preparate pratiche false e ricevute ideologicamente contraffatte. Menzione, che ha patteggiato una pena di un anno e 10 mesi, ha ammesso le proprie responsabilità durante le indagini. Questo snodo fungeva da “cabina di regia”, coordinando l’intera operazione per dare un’apparenza di legittimità.

Il “click day” rappresentava il momento cruciale dell’inganno. Durante queste sessioni, in cui le quote per l’ingresso legale si esaurivano in minuti, l’organizzazione usava molteplici identità digitali (SPID) per caricare istanze precompilate. Secondo la ricostruzione giudiziaria, i migranti pagavano per ricevute che potevano essere valide o false, a seconda dell’importo versato. Chi offriva di più otteneva un documento “funzionante”, mentre gli altri restavano con pratiche inutili, alimentando così il flusso di denaro.

Tra le figure chiave emerse dalle indagini c’è Mario Nippoli, agente di polizia in servizio al Commissariato di Poggioreale. Le fonti investigative riportano che Nippoli utilizzava identità digitali multiple fornite dal vertice del gruppo per accelerare l’inserimento delle richieste. Un altro profilo è Melanie Seeber, vigile urbano, che sfruttava le sue competenze informatiche e l’azienda della madre per intercettare clienti e manipolare le pratiche.

Le aziende coinvolte apparivano come entità reali, ma fungevano da “gusci vuoti”. Dalle indagini del Commissariato di San Giuseppe Vesuviano e della Squadra Mobile emergono dati significativi: una società con 132 domande, una ditta individuale con 284 istanze e oltre 200 richieste in una sola provincia. Questo abuso del decreto flussi, secondo la sentenza, configura il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, anche se gli ingressi non si sono realizzati.

I procacciatori, spesso membri delle comunità straniere, giocavano un ruolo essenziale. Figure come MD Saiful, Mir Rasel, Sheikh Rafique e Mohammed Sohave identificavano i potenziali clienti, raccoglievano documenti e spiegavano il sistema. Le indagini evidenziano che senza questi intermediari, radicati nelle comunità, l’organizzazione non avrebbe potuto funzionare efficacemente.

Il blitz del 10 giugno ha fornito prove decisive. Durante le perquisizioni, le forze dell’ordine hanno sequestrato denaro contante e preziosi custoditi da Nunzio Sangiovanni, padre di uno dei leader. Secondo gli atti, questi beni rappresentano il profitto illecito dell’attività. La sentenza dispone la confisca integrale, con i proventi destinati all’Erario.

Tra le condanne in abbreviato figurano: Aniello Annunziata a 12 anni, Gabriele Auricchio a 2 anni, Nicola Mariano Boccia a 4 anni, Giuliano Calcina a 2 anni, Mario Casillo a 5 anni, Massimo Centomani a 4 anni, Gaetano Cola a 12 anni, Santolo Di Genua a 2 anni e 4 mesi, Alberto Dragonetti a 10 anni, Roberto Lombardo a 3 anni, Gennaro Maturo a 10 anni e Vincenzo Sangiovanni a 10 anni. Queste pene, come riportato dagli atti processuali, sono state confermate dal gup Luca della Ragione.

Altri imputati hanno optato per il patteggiamento davanti al gup Isabella Iaselli nel novembre scorso, ammettendo i fatti e versando somme per riparazione del danno. Tra loro: Guglielmo Acciarino, Giustino Grimaldi, Vittorio Maffettone e Nunzio Sangiovanni a 2 anni ciascuno, con multe; Guido Albano, Fabrizio Cerrone, MD Saiful, Giuseppe Menzione, Mohammed Sohave e Sheikh Rafique a 1 anno e 10 mesi; Rosita Catapano, Salvatore Del Giudice, Domenico La Manna, Armando Manna, Antonio Biagio Menna, Mario Nippoli e Melanie Seeber a 1 anno e 10 mesi con multe variabili; Mir Rasel a 1 anno e 10 mesi con 15.000 euro di multa; Antonio Noranna a 1 anno e 10 mesi con 10.000 euro; e Anna Roberto a 1 anno e 8 mesi con 10.000 euro. Tutte le pene sono sospese, con revoca delle misure cautelarie.

Le indagini, condotte dalla Procura e dalle forze dell’ordine, si sono concluse con questa sentenza, che sottolinea la natura sistematica del reato. Non sono stati indicati ulteriori sviluppi, ma eventuali appelli potrebbero aprire nuovi capitoli giudiziari. La vicenda evidenzia i rischi di abusi nei meccanismi per l’immigrazione legale, secondo le fonti ufficiali.

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