Camorra, il boss Nicola Rullo voleva pilotare il processo dal carcere: arrestato il suo fedelissimo

Ultime News

Arrestato 35enne nel Casertano per estorsioni commissionate dal clan Schiavone

Arrestato un 35enne per estorsione legata al clan Schiavone:...

Stesa a Portamedina nei Quartieri Spagnoli: si intensifica la faida tra baby gang

Napoli: Sparatoria ai Quartieri Spagnoli, è emergenza per il...

Commando armato assalta area di servizio a Lavorate: è terrore al distributore

Sarno: Assalto Armato a un Distributore di Carburante nella...

Napoli – Il regime del 41-bis non è bastato a recidere il filo rosso che lega il capoclan al suo territorio. Dalla cella di massima sicurezza, Nicola Rullo, alias “’o ’nfamone”, esponente di vertice del clan Contini, avrebbe continuato a muovere le pedine del suo scacchiere criminale.

L’obiettivo? Non solo gestire gli affari correnti all’Arenaccia, ma inquinare le prove e condizionare l’esito del processo a suo carico.

È questo il quadro inquietante tracciato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che all’alba di ieri ha fatto scattare le manette per Roberto Murano, 54 anni, considerato il capozona e luogotenente di massima fiducia del boss.

Il ritorno in cella del “colonnello”

Murano, da poco tornato a piede libero, è stato raggiunto da un decreto di fermo emesso dai pm della DDA (il pool guidato dall’aggiunto Sergio Amato e dai sostituti Alessandra Converso e Daniela Varone). Le accuse sono pesantissime: associazione mafiosa, ma anche maltrattamenti e il brutale pestaggio di un uomo “colpevole” di aver importunato alcune donne della famiglia Rullo.

Secondo le indagini della Squadra Mobile, diretta da Mario Grassia, l’abitazione di Murano era diventata la base operativa del clan tra San Giovanniello e l’Arenaccia, teatro di continui summit per pianificare le strategie della cosca.

La rete di comunicazione occulta

Contestualmente all’arresto, la Procura ha disposto perquisizioni a carico di tredici indagati, passando al setaccio i quartieri di San Carlo all’Arena e Mercato, oltre a diversi istituti penitenziari.

L’obiettivo degli inquirenti era smantellare una sofisticata rete di comunicazione parallela. Murano, infatti, avrebbe agito da trait d’union tra l’esterno e i vertici detenuti. Dalle carte emerge come gli affiliati reclusi disponessero illecitamente di smartphone e smartwatch, strumenti attraverso i quali lo stesso Rullo sarebbe riuscito, con modalità ancora in via di chiarimento, a far arrivare i suoi ordini fuori dal carcere.

Il piano per pilotare il processo e la faida interna

L’aspetto più dirompente dell’inchiesta riguarda però il tentativo di sabotaggio giudiziario. Il boss Rullo, attualmente sotto processo per sequestro di persona ed estorsione, avrebbe orchestrato una strategia difensiva imposta con la forza.

Le direttive del ras erano chiare: il coimputato Giuseppe Moffa doveva accollarsi l’intera responsabilità penale, per scagionare di riflesso il genero del boss, Ciro Carrino, e un altro affiliato, Gabriele Esposito.

Un piano cinico che ha però incontrato una resistenza. Il rifiuto di Moffa di immolarsi per il clan ha generato una violenta reazione interna, inasprendo i rapporti all’interno del cartello criminale

. La rappresaglia non si è fatta attendere: gli investigatori hanno documentato diversi pestaggi punitivi, alcuni dei quali avvenuti persino all’interno del carcere di Secondigliano.

Un castello di pressioni e violenze crollato ieri, quando, nell’udienza che precedeva la sentenza, i pm hanno depositato le nuove, scottanti intercettazioni, svelando il piano del boss.

La gravità e la delicatezza dell’indagine

L’inchiesta condotta dalla DDA e dalla Squadra Mobile di Napoli si distingue per una gravità e una delicatezza istituzionale che vanno ben oltre il “semplice” arresto di un esponente di camorra. Ecco i punti nevralgici:

La permeabilità del “Carcere Duro”: La gravità assoluta risiede nella presunta capacità di Nicola Rullo di aggirare il 41-bis. Questo regime nasce proprio con lo scopo di creare un isolamento totale, impedendo ai capimafia di continuare a comandare.

Il fatto che ordini così complessi (come la strategia per un processo) siano filtrati all’esterno mina alle fondamenta l’efficacia del sistema penitenziario di massima sicurezza. L’ingresso di smartphone e smartwatch nelle carceri rappresenta un’emergenza nazionale che questa indagine certifica drammaticamente.

L’attacco al cuore della Giurisdizione: Rullo non si limitava a gestire lo spaccio o le estorsioni, ma tentava di sovvertire il corso della Giustizia. Obbligare un coimputato a mentire per salvare i vertici del clan (e i familiari del boss) significa inquinare le prove e rendere il dibattimento una farsa. È un attacco diretto all’autorità dello Stato e alla funzione stessa dei giudici.

La delicatezza per la sicurezza dei soggetti coinvolti: L’indagine è stata estremamente delicata perché ha dovuto muoversi sul filo del rasoio per proteggere Giuseppe Moffa (il coimputato che si è rifiutato di piegarsi). Il fatto che si siano registrati pestaggi anche all’interno del carcere di Secondigliano dimostra quanto fosse alto il rischio per la sua incolumità. La Procura ha dovuto intervenire chirurgicamente, bloccando Murano ed esponendo le intercettazioni in aula poco prima della sentenza, per evitare danni irreparabili sia al processo che alle persone fisiche.

- Advertisement -