Lilli Ranucci e il monopolio della droga: «Tutti devono essere nostri dipendenti»

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L’inchiesta sui clan Ranucci e Verde svela il nuovo assetto criminale a nord di Napoli. Tra summit in garage, estorsioni ai cantieri, il monopolio del traffico di droga ma anche il piano per incendiare una centralina elettrica: «Se c’è corrente, muoio con la benzina: fa la fiamma di ritorno».

Il monopolio della droga: «Non voglio la percentuale, devi essere dei nostri»

Il settore più redditizio resta però il narcotraffico. Ma Lillì Ranucci ha introdotto una variante gestionale: il monopolio assoluto. Non gli basta più la “tassa” sulle piazze di spaccio; lui vuole che tutti i venditori diventino dipendenti diretti del clan.

Emblematico è il trattamento riservato ad Anthony Di Mattia. Ranucci non vuole la percentuale sulle vendite di Anthony, vuole che Anthony compri solo da lui e lavori per lui. Chi prova a resistere viene “convocato”. Come accaduto ad Antonio Picciulli, un altro nome noto della zona. Ranucci racconta divertito ai suoi come ha piegato la resistenza dell’uomo: «Il Picciulli ora si è attaccato… niente di meno si pisciò sotto», dice ridendo, descrivendo l’umiliazione fisica e psicologica inflitta al rivale per fargli capire chi comanda davvero.

La ragnatela di Grumo e Casandrino

L’influenza del clan si estende come un cancro nei comuni limitrofi. A Casandrino, il gruppo dei Verde opera in simbiosi con i Ranucci. L’ordinanza del GIP Tirone mette in luce come la scarcerazione di soggetti come Agostino e Rosario Verde abbia dato nuova linfa militare a un’alleanza che sembrava indebolita. Le indagini hanno documentato summit continui, scambi di pizzini e l’uso di messaggistica criptata per sfuggire ai controlli, anche se la spavalderia di Ranucci nel suo garage di via Leopardi è stata, alla fine, la sua rovina.

Il summit nel garage e la paura della scossa

Il potere di “Lillì” non si esercita solo con le armi, ma con il controllo capillare del territorio. Un controllo che passa anche per gesti apparentemente minori, come l’incendio di una centralina elettrica che disturbava la visuale o la sicurezza del boss. È il 13 giugno 2023 quando le microspie catturano un dialogo che sembra uscito da un film di poliziotteschi anni ’70, sospeso tra ferocia e grottesco.

Domenico Ranucci sta impartendo ordini a Raffaele Barretta e ad altri sodali. L’obiettivo è una cabina elettrica.

Ranucci D.: «Mi devi fare un piacere stasera… devi accendere questa cabina qua dietro».
Barretta R.: «Ma dove?».
Ranucci D.: «Vicino al palo dai… qua fuori».

Barretta, però, esita. Non è un problema di coscienza, ma di fisica. Teme che il ferro e l’elettricità possano trasformare quell’atto intimidatorio in una trappola mortale per lui.

Barretta R.: «Se è ghisa… devo spaccarlo per forza se è ghisa, perché non posso dare martellate… se sta corrente io muoio con la benzina».
Ranucci D.: «Perché muori?».
Barretta R.: «Fa la fiamma di ritorno! Quella fa la scossa “fu-fu”, hai capito che fa? Sopra la benzina ti butta la fiamma in faccia».

Il dialogo prosegue con dettagli tecnici inquietanti: Ranucci insiste che la cabina sia di plastica e che basti un po’ di gas o un estintore modificato per «squagliare i fili». È la fotografia plastica di una criminalità che non si ferma davanti a nulla, disposta a rischiare il corto circuito pur di riaffermare il proprio dominio sulla strada.

Lo “Stratega” e la politica della «Fatica»

Mentre Lillì gestisce l’ordine pubblico criminale, c’è chi pensa al bilancio. Antonio Perfetto, soprannominato lo “Stratega”, è l’uomo che analizza i flussi di denaro. Nell’ordinanza emerge chiaramente la sua ossessione per i cantieri. Per il clan, l’estorsione non è un pizzo una tantum, è una voce di bilancio fissa, chiamata in codice «la fatica».

«Hanno capito che sopra al Comune girano i soldi», commenta Perfetto in una conversazione intercettata, riferendosi ai lavori pubblici a Sant’Antimo. Il gruppo monitora ogni betoniera, ogni impalcatura. Se una ditta non si presenta a “mettersi a posto”, il lavoro si ferma. Ranucci è categorico: «Bloccai una fatica lì dietro… se non viene nessuno da Spuma [il referente per quella zona], non si riparte».

Il patto tra le “tre famiglie” – i Ranucci, i Verde e una terza compagine locale – serve proprio a questo: evitare guerre intestine per massimizzare i profitti. Un equilibrio delicatissimo, dove ogni clan ha la sua fetta di territorio e di «fatica».