La Cassazione cancella la condanna all’ergastolo per lo storico esponente del clan di Secondigliano accusato di aver indicato il bersaglio del duplice omicidio di Melito del 2004. Disposto un nuovo giudizio dopo il ricorso dei legali Claudio Davino e Valerio Spigarelli.
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna all’ergastolo nei confronti di Giovanni Cortese, conosciuto negli ambienti criminali come “’o cavallaro”, ritenuto storico esponente del clan Di Lauro di Secondigliano. La decisione è arrivata al termine del ricorso straordinario presentato dagli avvocati Claudio Davino e Valerio Spigarelli, che hanno contestato una serie di errori di fatto contenuti nella sentenza d’appello relativa al duplice omicidio di Domenico Riccio e Salvatore Gagliardi.
I giudici della Suprema Corte hanno quindi disposto un nuovo pronunciamento, riaprendo di fatto uno dei capitoli giudiziari legati alla sanguinosa prima faida di Scampia.
Il duplice omicidio nella tabaccheria di Melito
Il delitto risale al 21 novembre 2004, nel pieno della guerra di camorra tra il clan Di Lauro e gli Scissionisti. Quel giorno un commando armato entrò in una tabaccheria di Melito di Napoli con l’obiettivo di colpire Domenico Riccio, ritenuto gestore dei fondi del gruppo Abbinante.
Nell’agguato perse però la vita anche Salvatore Gagliardi, cognato di Riccio e titolare dell’esercizio commerciale. Un episodio che segnò una delle fasi più violente dello scontro tra i clan dell’area nord di Napoli.
Per quel duplice omicidio sono già stati condannati in via definitiva all’ergastolo Ciro Di Lauro e Ciro Barretta, mentre Salvatore Petriccione ha ricevuto una condanna a trent’anni di carcere.
Le accuse a Cortese e le dichiarazioni dei pentiti
Secondo l’impianto accusatorio, il ruolo di Cortese sarebbe emerso dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Salvatore Tamburrino e Rosario Guarino. I pentiti lo indicarono come il “messaggero” del clan, sostenendo che avrebbe segnalato Riccio come vicino agli Scissionisti durante un summit dei vertici della cosca, contribuendo così alla decisione di organizzare il raid mortale.
La difesa ha però evidenziato incongruenze e presunti errori nella valutazione degli elementi probatori, tesi che sono state accolte dagli Ermellini con l’annullamento della condanna.
Il giorno dell’omicidio di Gelsomina Verde
La data del 21 novembre 2004 resta legata anche a un altro tragico episodio della faida di Scampia. Poche ore dopo il raid nella tabaccheria di Melito, venne infatti uccisa e poi data alle fiamme la giovane innocente Gelsomina Verde, simbolo delle vittime civili della guerra di camorra tra i clan.
