Dalla scissione dai D’Ausilio alla conquista militare di Bagnoli e Agnano. I verbali degli “interni” svelano la piramide di comando del clan Giannelli, i canali per mantenere gli affiliati e la cassa comune per finanziare le armi e le mesate dei detenuti.
La genesi dell’organizzazione: l’ascesa di “Schwarz” e l’indipendenza militare
L’inchiesta sul clan Giannelli ha sviscerato l’esatta anatomia strutturale della cosca, un cartello criminale nato e cresciutosi sulle ceneri e dalle costole dei vecchi gruppi egemoni della periferia occidentale di Napoli, in particolare i D’Ausilio di Bagnoli. A capo di questa macchina organizzativa emerge la figura carismatica e dittatoriale di Alessandro Giannelli (soprannominato “Schwarz” o “il piccoletto”). Giannelli non si è limitato a ereditare un pezzo di territorio, ma ha strutturato un sodalizio mafioso moderno, piramidale, flessibile dal punto di vista economico ma rigidissimo nelle sue regole interne e nell’uso della violenza.
La roccaforte strategica del gruppo viene individuata dagli inquirenti della Direzione Distrettuale Antimafia nell’area di Cavalleggeri d’Aosta, un perno geografico da cui il clan muoveva le sue ramificazioni per colonizzare militarmente le zone limitrofe di Agnano e la storica conca di Bagnoli.
L’organizzazione si reggeva su una rigida ripartizione dei compiti: mentre Alessandro Giannelli dettava le strategie politiche, i canali di alleanza e ordinava le punizioni, un nucleo ristretto di fedelissimi gestiva la quotidianità operativa, il controllo del territorio, i rapporti con i piccoli commercianti e i parcheggiatori abusivi.
L’organigramma della piramide: quadri, soldati e la “cassa in rosa”
Immediatamente sotto il capo promotore Alessandro Giannelli, l’inchiesta posiziona i quadri dirigenziali e i consiglieri più fidati del clan. Un ruolo fondamentale di cerniera familiare e di continuità strategica veniva assicurato dal padre, Giuseppe Giannelli, e dai fratelli Roberto Pinto (detto “Robertino”) e Angelo Pinto.
I Pinto operavano come veri e propri luogotenenti sul campo, gestendo la distribuzione delle armi e controllando che le direttive del capo venissero eseguite senza esitazioni.
La forza militare del clan contava su una batteria di “soldati” estremamente aggressivi, incaricati di pattugliare il territorio e gestire le intimidazioni. Tra questi, spiccavano figure centrali come Luigi Pappalardo, Marco Battipaglia (detto “’o cinese”), Francesco Cotugno (“’o micione”), Alessandro De Falco (“’o pazzo”) e Gennaro Marrazzo.
Questo braccio violento era integrato da operatori logistici, corrieri ed esattori territoriali quali Salvatore Pappalardo, Emanuele Di Clemente, Aniello Mosella, Ciro Di Matteo, Gennaro Formicola (“Genny la formica”), Salvatore Errico, Nunzio Piccirillo (“Nunziello”), Mario Allocca (“Marittiello”), Pasquale De Vita (“’o puorc”), Raffaele Arrigo (“Giovannone”), Luigi De Falco (“Nucchetella”) e Vincenzo Greco (“Vincenzino”).
Il collante di questa struttura era la gestione centralizzata della “cassa comune”. Ogni provento lecito o illecito (droga, pizzo, controllo dei parcheggiatori della movida) confluiva in un unico fondo. Da questo fondo venivano decurtate le spese per l’acquisto di armi da guerra (pistole, mitragliette Skorpion), i rifornimenti di droga e, soprattutto, il pagamento delle “mesate” – stipendi fissi che oscillavano tra i 1.500 e i 2.500 euro al mese – destinati agli affiliati liberi e alle famiglie di quelli ristretti in carcere, unico strumento per scongiurare il rischio di pentimenti.
La parola ai collaboratori: i verbali a caldo sull’alleanza e la gerarchia
I meccanismi che regolavano il funzionamento interno del clan Giannelli sono stati minuziosamente ricostruiti grazie alle deposizioni di diversi collaboratori di giustizia. Nei loro interrogatori dinanzi ai magistrati antimafia, i pentiti offrono uno sguardo ravvicinato sul patto di fedeltà e sul clima di sottomissione interna.
Un contributo inedito e dettagliato sulla nascita del gruppo autonomo e sulla rottura con i vecchi boss della zona viene fornito dal collaboratore di giustizia Romano Salvatore detto mulo muoio, originario di Pianura, che ha messo a verbale:
“Alessandro Giannelli ha fatto la sua fortuna perché ha capito che i vecchi di Bagnoli, i D’Ausilio, stavano perdendo terreno per colpa degli arresti. Lui a Cavalleggeri si è creato un gruppo di giovanissimi disposti a tutto. Mi disse chiaramente: ‘Da oggi in poi qui non si paga più nessuno di fuori, i soldi restano a Cavalleggeri e comando io’.
Alessandro era un capo assoluto: decideva lui quanto spettava a ognuno dei ragazzi. Chi faceva un’estorsione o vendeva una partita di droga non poteva trattenere un soldo; portavano tutto ai fratelli Pinto o a Pappalardo, e poi a fine settimana Alessandro faceva le parti. Chi sgarrava o provava a nascondere anche solo cinquecento euro veniva picchiato selvaggiamente dai suoi stessi compagni.”
A confermare l’estrema capillarità del controllo e la rigida disciplina militare imposta da “Schwarz” è il collaboratore Esposito Pasquale Junior, che descrive il ruolo dei luogotenenti:
“Nel clan Giannelli c’era una disciplina che faceva paura. Ragazzi come Marco ‘o cinese’ [Battipaglia] e Luigi Pappalardo non si muovevano se Alessandro non dava il via libera sul telefono citofonico. Loro due erano la faccia cattiva di Giannelli per strada. Gestivano le armi del clan, che venivano nascoste nei sotterranei dei palazzi popolari di Cavalleggeri. Se un parcheggiatore abusivo ad Agnano non voleva dare la percentuale sulla bacheca, o se un negoziante faceva storie, Alessandro mandava loro.
Ma la cosa più importante erano le famiglie dei carcerati: Giannelli sapeva che se saltava anche solo una mesata a un detenuto, quello si poteva girare [pentire]. Per questo la priorità assoluta della cassa del clan era pagare le donne dei carcerati.”
Ulteriori dettagli sull’operatività quotidiana del sodalizio e sulle vedette utilizzate per blindare il quartiere arrivano dal collaboratore di origini straniere Stanica Mihai Lucian:
“L’organizzazione a Cavalleggeri funzionava come un piccolo esercito. C’erano turni precisi per i ragazzi sui motorini che dovevano controllare le vie d’accesso al quartiere per segnalare le macchine civetta della Squadra Mobile o dei Carabinieri. Io ho visto più volte come gestivano le riunioni: ci si vedeva in case sempre diverse, spesso da persone insospettabili che prestavano la chiave sotto minaccia.
I Pinto tenevano la contabilità scritta su dei bigliettini che poi venivano distrutti. Alessandro Giannelli non toccava mai i soldi direttamente e non portava mai le armi addosso; c’erano i ragazzi come De Falco o Cotugno pronti a prendersi la colpa se le guardie facevano una perquisizione.”
Tutti i membri individuati e l’organigramma completo della compagine criminale:
Giannelli Alessandro (Capo, promotore, organizzatore e vertice strategico)
Giannelli Giuseppe (Consigliere familiare e supporto strategico del vertice)
Pinto Roberto (Luogotenente capo, addetto alla gestione militare e territoriale)
Pinto Angelo (Quadro direttivo, controllo operativo delle piazze e della sicurezza)
Pappalardo Luigi (Braccio operativo primario, esattore e responsabile dei trasporti)
Battipaglia Marco (Soldato di punta, esecutore delle intimidazioni e dei raid)
Cotugno Francesco (Braccio operativo, addetto al controllo militare della zona)
De Falco Alessandro (Operativo sul territorio, intermediario logistico)
Marrazzo Gennaro (Soldato addetto alle estorsioni e alle spedizioni punitive)
Pappalardo Salvatore (Logistica e supporto alle attività di strada)
Di Clemente Emanuele (Manovalanza e pattugliamento del territorio)
Mosella Aniello (Operatore di strada, controllo e spaccio al minuto)
Di Matteo Ciro (Supporto logistico e vedetta nei punti nevralgici)
Formicola Gennaro (Esecutore di ordini sul territorio di Cavalleggeri)
Errico Salvatore (Custodia e supporto operativo del gruppo)
Piccirillo Nunzio (Fiancheggiatore e intermediario stradale)
Allocca Mario (Operatore sul campo per il racket e il controllo mobile)
De Vita Pasquale (Esattore di retroguardia e supporto logistico)
Arrigo Raffaele (Custode di beni logistici per conto del clan)
De Falco Luigi (Manovalanza per le spedizioni del gruppo)
Greco Vincenzo (Supporto e presidio delle zone di Agnano e Bagnoli)
(nella foto da sinistra in alto Alessandro Giannelli, Roberto Pinto, Angelo Pinto, Marco Battipaglia e Gennaro Formicola; in basso da sinistra Alessandro De Falco, Aniello Mosella, Francesco Cotugno e Nunzio Piccirillo)
