Michele Ortone, affiliato al clan Esposito e oggi collaboratore di giustizia, è stato condannato in abbreviato a 8 anni e 8 mesi per l’assassinio di Andrea Merolla. L’ordine partì via social dal carcere e i sicari fecero assistere il mandante all’esecuzione.
Una condanna a 8 anni e 8 mesi di reclusione chiude il primo capitolo giudiziario sull’omicidio di Andrea Merolla. Il trentenne, nipote del boss Vitale Troncone, fu assassinato a Fuorigrotta la sera del 10 novembre 2021. Ieri mattina il tribunale ha emesso il verdetto al termine del processo celebrato con il rito abbreviato a carico di Michele Ortone.
Conosciuto negli ambienti criminali come “‘o biondo”, l’affiliato al clan Esposito di Bagnoli ha confessato di essere l’esecutore materiale dell’agguato. La sua scelta di collaborare con la giustizia gli ha garantito importanti sconti di pena previsti dalla legge. La condanna inflitta risulta infatti persino inferiore ai 10 anni che erano stati inizialmente invocati dal pubblico ministero della Dda, Salvatore Prisco.
Ordine di morte dal carcere
La sentenza fa luce su una delle dinamiche più inquietanti della recente cronaca nera dell’area ovest di Napoli. Dietro la morte di Merolla non emergono solo i classici contrasti di camorra, ma una spietata regia passata attraverso l’uso illecito di smartphone dietro le sbarre. Le indagini, sbloccate proprio dalle rivelazioni di Ortone, hanno ricostruito la genesi del delitto.
L’ordine sarebbe partito durante una videochiamata clandestina da parte di Cristian Esposito, figlio del boss di Bagnoli Massimiliano Esposito, all’epoca detenuto. Secondo i verbali, il segnale inviato in video fu inequivocabile: l’indice e il medio della mano rivolti verso l’alto e fatti roteare. Un codice che nel gergo criminale impone l’eliminazione immediata del bersaglio. Il rampollo dei rivali, esasperato dall’inattività dei suoi uomini sul territorio, avrebbe affermato dal cellulare di voler mandare “‘o biondo” per risolvere la questione.
Agguato in diretta video
Ortone, armato con una pistola fornita dal clan alleato degli Iadonisi, è entrato in azione in sella a uno scooter guidato da un complice noto come “Potter”. La caccia all’uomo si è consumata in pochi minuti nei pressi di via Caio Duilio. Il dettaglio più macabro emerge dai racconti del collaboratore di giustizia: il mandante era ancora collegato in diretta durante l’esecuzione.
I sicari incrociarono la moto della vittima proprio mentre erano al telefono. Ortone ha raccontato di aver inquadrato il bersaglio in videochiamata, per poi mettere lo smartphone in tasca e aprire il fuoco. Tre colpi a distanza ravvicinata non hanno lasciato alcuno scampo al nipote del boss Troncone. Per questo delitto, i vertici del clan “premiarono” il killer regalandogli una collana d’oro.
Indagini ancora aperte
La condanna di Ortone cristallizza lo scenario di una violenta fibrillazione criminale a Napoli Ovest. Se per l’esecutore materiale è arrivato il verdetto di primo grado, la rete dei complici e dei mandanti svelata dal pentito resta al vaglio degli inquirenti. Le dichiarazioni del collaboratore aprono la strada a successivi sviluppi investigativi e processuali da parte dell’Antimafia.
L’esito di questo rito abbreviato rappresenta un segnale pesante. Per gli investigatori dimostra come gli equilibri tra i Troncone e gli Esposito, questi ultimi alleati con i Sorianiello, si confermino estremamente fragili. La spirale di sangue nell’area flegrea e le tensioni armate per il controllo del territorio rischiano di non essersi ancora esaurite.
