Camorra, il pentito Troia: ‘Ho sparato a una persona per vendicare l’onore della famiglia’

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Agli inizi di marzo del 2014 Alfredo Troia esponente dell’omonima famiglia e clan di San Giorgio a Cremano viene arrestato per possesso di armi. Il 21 marzo decide di pentirsi e inizia a raccontare: “Sono cugino di Vincenzo Troia detto o’ cecato, tempesta, fratellone, o’ pazzo, o ‘ tumore, reggente dell’omonimo clan operante in San Giorgio a Cremano. Ho commesso, come lei i chiede, alcuni reati per conto di questo clan; in particolare posso riferire in ordine ad una sparatoria avvenuta nell’Aprile 2013 allorchè ho sparato a Gallifuoco Marco, “dentro casa”. Ho sparato a questa persona poiché il padre, Gallifuoco Salvatore, in piazza Municipio, parlando con suo figlio Marco Gallifuoco, si lamentava con quest’ultimo offendendo l’onore di Troia Gelsomino, fratello di mio padre Francesco deceduto. Sono stato incaricato di portare a termine questo agguato.
L’imbasciata è arrivata dal carcere da Enzo Troia e mi è stata riferita dalla madre di questi, Iattarelli Immacolata, che mi ha convocato a casa sua e mi ha detto che Enzo, al colloquio, era molto preso da questa cosa che era avvenuta in piazza. Enzo, ha continuato la Iattarelli, aveva deciso che dovevo essere io, ovvero uno della famiglia, ad andare a sparare in casa dei Gallifuoco come atto dimostrativo dell’affronto che questi avevano fatto in piazza. …Ho sparato con una pistola calibro 45 che mi è stata data da Gennaro Ferarra.
E’ stata la Iattarelli a dirmi che l’arma mi sarebbe stata portata a casa da tale Gennaro Ferrara il giorno dopo che avevo ricevuto l’incarico dalla Iattarelli e la sera stessa che ho ricevuto l’arma sono andato fuori casa di Gallifuoco ed ho sparato circa 3-4 colpi all”impazzata… sono andato a piedi, da solo, fuori casa di Gallifuoco atteso che io abito circa 30 metri da detta abitazione. Sono poi andato a casa dove mi sono cambiato dei vestiti ed ho nascosto l’arma nel giardino; si tratta proprio della pistola che è stata sequestrata dalla PS e per la quale sono detenuto…”.