Un cinese di 53 anni è stato arrestato dai carabinieri a Terzigno che lo hannon sorpreso mentre vendeva un grammo di anfetamina. In casa dell’extracomunitario i militari hanno scoperto altri altri 3,6 grammi di quello stupefacente, divisi in dosi, oltre a due bilancini di precisione e vario materiale per il confezionamento delle dosi. Il cinese è finito ai domiciliari, in attesa di essere giudicato con il rito direttissimo.
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Napoli. Ex collaboratore di giustizia ucciso in un agguato alla periferia orientale di Napoli. Si tratta del trentaquattrenne Davide Montefusco, con piccoli precedenti penali, alcuni anni fa ritenuto vicino al clan Sarno, uno dei primi pentiti di questa organizzazione criminale attiva nel quartiere Ponticelli. L’omicidio e’ avvenuto nel pomeriggio in viale Margherita. Secondo una prima ricostruzione fatta dalla polizia, l’uomo era alla guida della sua auto quando e’ stato affiancato dai sicari, in sella ad uno scooter, che gli hanno sparato contro numerosi colpi di arma da fuoco. Per l’ex collaboratore di giustizia non c’e’ stato scampo.
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Terzigno (Napoli). I Carabinieri della Stazione di Terzigno insieme a colleghi del Nas, hanno scoperto un ambulatorio medico clandestino gestito da una donna 38enne di cinese, allestito in pessime condizioni igienico sanitarie in una abitazione privata. I militari hanno trovato medicinali (italiani e cinesi), lettini di fortuna, attrezzature mediche di ogni sorta lasciate sul pavimento, tra cui apparecchi per elettrocardiogramma, per la pressione, per la somministrazione di flebo, nonché attrezzi chirurgici, centinaia di farmaci, materiale medico vario e molto altro. La donna e’ stata denunciata per esercizio abusivo della professione medica, gestione di ambulatorio medico senza autorizzazione sanitaria, immissione sul territorio nazionale di farmaci senza autorizzazione. Al momento dell’irruzione i carabinieri hanno trovato una giovane donna ‘ricoverata’ su una sdraio, alla quale stavano somministrando una flebo con un antibiotico. In quell’area e’ fortissima l’attività di contrasto dell’Arma agli opifici clandestini gestiti spesso da extracomunitari cinesi. Proseguono le indagini per far luce su eventuali complici, soprattutto nell’approvvigionamento di farmaci italiani (somministrabili solo su prescrizione medica) e cinesi contrabbandati.
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I Carabinieri della Compagnia Napoli Vomero, in collaborazione con i colleghi delle CIO (Compagnie di Intervento Operativo) di Napoli e Bari, nel quartiere Scampia di Napoli, hanno fatto un intervento a massa con perquisizioni di interi edifici. In via Janfolla, roccaforte del clan camorristico ‘Lo Russo’, attivo nell’area Nord di Napoli (in particolare nei quartieri di Miano, Marianella Piscinola e Chiaiano) nel vano ascensore di uno stabile hanno trovato un vero e proprio arsenale pronto all’uso a disposizione dei soldati del clan. Armi perfettamente efficienti e munizioni, in particolare:1 kalashnikov; 1 fucile a pompa; 3 fucili berretta a canne mozze; 1 fucile sovrapposto; 1 pistola colt 45; 1 pistola colt mk4; 2 revolver cal. 38; 2 pistole semiautomatiche; 3 giubbotti antiproiettile; 2 caschi integrali neri; 600 colpi di vario calibro; passamontagna e altro materiale ancora. Un deposito di armi in piena regola con giubbotti antiproiettile, caschi neri, pistole e fucili pronti ad armare un commando per letali azioni di fuoco degne di uno scenario di guerra. Contemporaneamente a Fuorigrotta i Carabinieri della Compagnia di Bagnoli, nel corso di perquisizioni domiciliari in appartamenti situati in via Rossettini, in una abitazione hanno scovato un borsone con all’interno un fucile sovrapposto a canne mozze (risultato rubato a Crispano nel 2005), due pistole marca bruni modello 92, una granata a mano del tipo ‘ananas’. Per detenzione dell’arsenale sono finiti in manette Giovanni Marino, 19enne, gia’ noto, Manuel Marino, 18enne, gia’ noto (fratello di Giovanni), Tiziana De Falco, 41enne, gia’ nota, madre di Giovanni e Manuel. Sia l’arsenale sequestrato a Scampia che quello di Fuorigrotta e’ stato inviato al RIS di Roma per i necessari accertamenti balistici finalizzati a verificare se le armi siano state utilizzate in recenti raid sanguinari camorristici per i contrasti tra clan nelle rispettive aree dei rinvenimenti.
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Reggio Calabria. Legami tra a ndrangheta calabrese e i clan della Provincia di Napoli: vasta operazione della Polizia di Stato in Calabria. I poliziotti della Squadra mobile di Reggio Calabria e del Servizio Centrale Operativo coordinati dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria hanno eseguito 14 arresti e perquisizioni nei confronti di soggetti ritenuti legati a cosche della ‘ndrangheta. 14 sono gli arresti e decine le perquisizioni nell’entroterra reggino, fra Gioiosa Ionica, Rosarno, Siderno. Per tutti l’accusa è di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, con ramificazioni accertate in Costa d’Avorio, Belgio e Venezuela. L’operazione, denominata Apegreen, ha permesso di ricostruire il ruolo della cosca Commisso di Siderno nel settore del narco-traffico internazionale. Tra i destinatari dei provvedimenti restrittivi figurano, oltre al boss detenuto Giuseppe Commisso, 69enne, i suoi attuali broker di riferimento ed altri personaggi legati alla potente cosca Pesce di Rosarno e alla cosca Ursino di Gioiosa Ionica. Scoperti gli approvvigionamenti dei Commisso agli Aquino-Annunziata di Boscoreale, in provincia di Napoli. Arrestato anche un poliziotto in servizio nel Porto di Gioia Tauro che si occupava dei rapporti con la cosca boschese. Un flusso ininterrotto di cocaina dal Venezuela verso la Calabria in sinergia con la cosca dei Pesce di Rosarno, particolarmente influente sul porto di Gioia Tauro, porta d’ingresso della droga. A gestirlo la cosca dei Commisso, operativa sulla costa opposta della Calabria, quella ionica, ma con diramazioni in tutta Italia, Belgio, Costa d’Avorio e Venezuela. A scoprirlo sono stati gli investigatori della squadra mobile di Reggio Calabria e dello Sco di Roma, coordinati dalla Dda reggina, che hanno arrestato 14 persone – sei ai domiciliari – tra i quali il boss indiscusso della cosca, Giuseppe Commisso, detto “u mastro”, 69 anni, già detenuto al carcere duro dopo l’arresto del 2010 nell’operazione Crimine, ma anche un agente di polizia in servizio nel porto di Gioia Tauro. L’operazione, secondo il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho ed il suo aggiunto Nicola Gratteri, ha avuto il merito di dimostrare che anche i Commisso trafficavano cocaina, sfatando così quella che Gratteri ha definito “la leggenda secondo la quale i Commisso non si sarebbero sporcati le mani con la droga” ottenendo, per questo, “un apprezzamento da parte di una certa borghesia ionica”. “Mi chiedo ora come si relazionerà in futuro questa borghesia nei confronti della famiglia mafiosa”, è stato il commento del magistrato. A dare il via all’inchiesta della Dda reggina, le intercettazioni ambientali eseguite all’interno della lavanderia Apegreen – da qui il nome dell’operazione – di Siderno, base operativa di Commisso. Cimici che hanno fornito un inarrestabile flusso di notizie che, fin dal 2010, a detta degli investigatori, hanno ridisegnato la storia della ‘ndrangheta portando alla luce le innovazioni criminali determinate soprattutto dall’avvento del traffico di sostanze stupefacenti con l’America. Tra i suoi collaboratori c’era anche il sovrintendente della polizia Gian Luca Castagna. Era lui, infatti, secondo l’accusa, che forniva alla cosca le informazioni sulle movimentazioni dei container nel porto di Gioia Tauro consentendo di eludere i controlli. Ma non solo. Il poliziotto avrebbe anche partecipato direttamente a consegne di droga agli acquirenti, tra i quali Francesco Fattoruso, esponente del clan camorristico Aquino-Annunziata di Boscoreale, trovato cadavere il 26 marzo 2014 nella sua auto distrutta dalle fiamme. E da lui avrebbe ricevuto anche il pagamento in contanti dello stupefacente, tanto che, intercettato durante uno dei viaggi di ritorno, si lamentava che alcune banconote puzzavano di muffa.
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