Il libro paga della 167: da 500 a 9.000 euro, tutti gli stipendi dei boss in cella

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Cinquanta mila euro da dividere tra trentacinque bocche da sfamare nelle carceri di mezza Italia. Ma dietro le sbarre non c’è uguaglianza. Le cimici piazzate dalla Dda svelano le vere cifre del sistema di sostentamento del clan di Arzano: si va dal reddito minimo di 500 euro per la manovalanza, fino ai 9.000 euro mensili sborsati per i ras di vertice. Un “ufficio risorse umane” criminale fatto di lamentele, ammanchi di cassa, bonus negati e capi costretti a tirare fuori i soldi di tasca propria pur di non far saltare gli stipendi.

Il libro paga della 167: le cifre del welfare criminale

Se c’è una cosa che le carte dell’inchiesta sul clan della “167 di Arzano” mettono a nudo con spietata chiarezza, è che la criminalità organizzata è, prima di tutto, una vorace macchina economica. I 50.000 euro che ogni mese il reggente Salvatore Romano deve raggranellare per mantenere i suoi 35 affiliati detenuti non finiscono in un calderone egualitario. C

‘è un tariffario preciso. Un vero e proprio “libro paga” dove il valore di un uomo si misura in biglietti da cento, e dove le invidie per la busta paga altrui covano esattamente come in una qualsiasi azienda, ma con conseguenze potenzialmente letali.

Le intercettazioni catturate nell’appartamento di Romano non raccontano solo di minacce e spartizioni territoriali, ma si trasformano in un grottesco ufficio contabilità. Si fanno i conti al centesimo, si tagliano le “mesate” a chi non lo merita, si litiga per gli aumenti.

I “Paperoni” del clan: 9mila euro e un’auto nuova

In cima alla piramide salariale ci sono i vertici storici e i loro familiari. Le cifre, qui, lievitano a dismisura, ma non bastano mai a placare l’avidità o la gelosia. Il caso più eclatante è quello del detenuto Mariano Monfregolo, fratello del capo assoluto Giuseppe (detto Peppe).

Quando la compagna di Mariano, si lamenta per le ristrettezze economiche e per una presunta disparità di trattamento rispetto alla cognata, il reggente Salvatore Romano perde le staffe. Rivolgendosi al suo fedelissimo Antonio Caiazza, Romano sciorina le cifre reali, quelle dei piani alti della camorra:
«Io la guardai.. io ad agosto ti ho mandato 8 carte… 8000 euro! Tra qua e là… mongoloide! Tre di là, tre di qua, due di qua e 4, quanti sono? Sono 9 carte!’».

Novemila euro in un solo mese, consegnati in tranches per non dare nell’occhio. Eppure guarda il giardino del vicino. Vede che la famiglia di Peppe Monfregolo, l’altro fratello, si è comprata una Fiat 600 nuova. «Ma forse Peppe li ha conservati questi soldi…» le fa notare Romano, difendendo la sua gestione. Le cifre per il vertice sono alte, ma paradossalmente è proprio dall’alto che arriva l’ordine di spending review. È lo stesso Peppe Monfregolo che, per frenare gli sprechi e riequilibrare i poteri, dal carcere ordina i tagli: «’O fra’, abbassa la mesata a Mariano mio fratello… a Raffaele mio nipote…».

Il ceto medio e i malumori: “Hai 1.200 euro, non fare tarantelle”

Scendendo di un gradino, si trova il “ceto medio” criminale. Affiliati operativi e con un certo peso, ma non capi. È il caso di Raffaele Piscopo, detto Lello ‘o biondo. In passato ha lavorato come pusher per il capopiazza ‘o tumore e poi sotto la direzione de ‘o sceriffo. Adesso è dentro. Riceve 1.200 euro al mese puliti.

Ma Piscopo non è soddisfatto e manda “imbasciate” all’esterno, chiedendo un aumento. Romano e Caiazza accolgono la richiesta come un affronto personale.

Il 29 agosto, i due ne parlano con disprezzo. Le cifre rivelano una spaccatura netta tra chi sta peggio.
«L’imbasciata qua è lunedì… a Raffaele non lo voglio nemmeno rispondere» sbotta Romano. «O’ fra’, non ti prendere la confidenza… che ti rompo la testa! (…) Tu pigli mille e duecento euro al mese… hai capito che qui c’è gente che prende settecento euro al mese?».

Per Romano, le pretese di Piscopo sono ridicole, anche perché non ha reali esigenze: «Che deve pagare… glielo paga la mamma. Si sta andando a comprare le scarpe e i completini…». Per le bizze del “ceto medio”, il clan non ha più tolleranza, tanto che Romano valuta addirittura di azzerargli del tutto lo stipendio.

I “precari” della cella: da 300 a 1.000 euro tra caos e ritardi

Se i boss incassano 9.000 euro e i gregari di lusso 1.200, cosa resta per la truppa? Le intercettazioni svelano l’estrema precarietà della bassa manovalanza, soggetta agli ammanchi di cassa e ai periodi di “magra”.

Il dialogo tra Romano, Caiazza e il detenuto Salvatore Lupoli (detto Trombone), avvenuto in auto il 17 ottobre, è un capolavoro di contabilità nera. Romano ricorda di quando le finanze del clan languivano e le mesate dei pesci piccoli venivano tagliate, fino a scendere a livelli che lui stesso riteneva inaccettabili.
«Io prendo le mesate… e dissi: ma come li mando 300 euro a un carcerato?» racconta Romano, sdegnato, ricordando il periodo buio. «Ma non stanno bene con la testa questi qua? Tu pare 500 pigliavi allora… 5/600 euro ti mandavamo».

Lupoli conferma: «Per un periodo prendevo 700 mi pare…».
Ma Romano, ripresa la reggenza, prova a dettare una linea di dignità criminale, un salario minimo garantito per chi ha sacrificato la libertà per il clan: «Almeno mille o’ fra’, che è, minimo!».
Eppure, in mezzo al caos della strada, i soldi fisicamente si perdevano. I conteggi ricordati da Caiazza e Romano per lo stipendio di Lupoli sembrano i numeri di una tombola dissestata: «Un’altra volta a nove (900 euro)… poi in mezzo alla rotonda lo perdemmo… mille e cinque… arrivammo a dodici…».
Anticipi di tasca propria: il caso Marittiello e Scarulella

Il problema vero si pone quando non ci sono i vertici da soddisfare, ma figure di base le cui famiglie chiedono i soldi con urgenza per le necessità basilari.
Il 10 ottobre, Caiazza arriva da Romano allargando le braccia. Ci sono da pagare le quote per Mario D’Aria (Marittiello) e Salvatore Bussola (Scarulella), ma la cassa è vuota.
«Scarulella, non tengo una lira» ammette sconsolato Caiazza.

Qui il welfare del clan mostra la sua natura ferrea: gli stipendi non possono saltare. Se non ci sono i soldi dell’estorsione, il capo deve fare un passo indietro e privarsi del proprio guadagno.
«Prendili da sopra il mio e dacceli…» ordina Romano senza esitare. Poi detta le cifre esatte: «Fai due e due. Fai 1.000 (per uno, ndr) e 1.250 (per l’altro, ndr)… li prendi da sopra i miei, hai capito?».

È il quadro disperato di un’azienda criminale sull’orlo della bancarotta, dove i “direttori” si autotassano pur di tenere in piedi l’illusione del potere e comprare il silenzio di chi, chiuso in una cella, potrebbe decidere che 700 euro al mese non valgono più il prezzo del carcere. Insieme a quegli spiccioli per i beni di prima necessità (“trenta euro a ciascuno addosso ‘u frate’, se non ci stanno”), le buste paga della 167 raccontano, molto più dei proiettili, l’esatta miseria della camorra.

Ecco il dossier dettagliato, strutturato come una scheda informativa ma sviluppato in forma discorsiva e cronistica. Questa sezione funge da vero e proprio “Libro Mastro” dell’economia carceraria del clan della 167 di Arzano, analizzando singolarmente le posizioni dei detenuti, le cifre precise erogate e i dialoghi intercettati.

IL LIBRO MASTRO DELLA 167: DATI GENERALI DEL WELFARE MAFIOSO

Budget Mensile Stimato: Circa 50.000 euro complessivi.

Custode della Cassa: Antonio Caiazza (“Totò”), incaricato di preparare i “pacchettini chiusi” vincolati.

Numero dei Detenuti da Sostenere: Circa 35 soggetti (compresi affiliati di fazioni alleate di Casoria, Afragola, Frattamaggiore e Cardito).

Numero di Affiliati Operativi sul Territorio: Circa 20 soggetti (incaricati del “giro” delle estorsioni per fare cassa).

Soglia Minima dello Stipendio (Basso Rango): 700 € al mese.

LE SCHEDE DISCOSSIVE DEI DETENUTI: NOMI, IMPORTI E INTERCETTAZIONI

1. Renato Napoleone – Lo storico fondatore Stato: Detenuto.

Trattamento economico: Sostentamento diretto e prioritario, carattere assolutamente vincolato.

Il caso familiare: Il figlio si presenta dai reggenti chiedendo che i soldi vengano girati alla madre, Antonietta Gambino, separata dal boss. La reggenza oppone un netto rifiuto mafioso: il clan assiste l’affiliato, non le dinamiche post-matrimoniali.

L’intercettazione (Salvatore Romano descrive il colloquio con il figlio del boss):

«Venne da noi… a piangere che lui non aveva niente a che vedere con gli zi… io dissi: “Io faccio come facevano io e questo… però se so che fai una tarantella non te li do più, mica metto a crescere il porco… scusa…” All’improvviso, il giorno dopo venne: “No, quando mai, tu basta che li dai a mamma a te”. “Io li do a tua mamma? Ma non stai bene con la testa”, dissi io. “E che è mia sorella tua mamma?”, dissi io. “Glieli devo mandare a tuo padre, tuo zio, mica glieli devo mandare io?”… “A me non mi interessa, io mi accollo il compagno… poi il compagno sa quante mogli deve dare a mangiare”».

2. Mariano Monfregolo alias “Nasone” Stato: Detenuto.

Importi erogati: Somme altalenanti ed eccezionali. Ad agosto 2025 riceve una maxi-mesata compresa tra gli 8.000 € e i 9.000 € complessivi.

Le frizioni interne: La compagna, accusa Antonio Caiazza di aver infilato una banconota falsa da 50 € nella mesata e contesta le disparità di trattamento rispetto al cognato Giuseppe.

L’intercettazione (Salvatore Romano quantifica il denaro inviato alla donna):

«Io la guardai: “.. io ad agosto ti ho mandato 8 carte, 8000 euro tra qua e là, mongoloide, 10… tre di là, tre di qua, due di qua e quattro quanti sono? Sono 9 carte!”».

L’ordine di taglio (La vendetta del fratello Giuseppe “Peppe” dal carcere):

«I fratelli non si sopportano… stanno proprio uccisi… quello Peppe me lo disse: “O’ fra, abbassa la mesata a Mariano mio fratello”».

3. Raffaele Piscopo alias “Raffaele ‘o biondo” o “Lello ‘o biondo”

Stato: Detenuto. Ex pusher per conto dei capipiazza Davide Abate (“‘o tumore”) e Gennaro Alterio (“‘o sceriffo”).

Importo erogato: 1.200 € al mese (in precedenza 1.100 €).

La contestazione: Piscopo reclama un aumento, ritenendo la cifra insufficiente, scatenando l’ira dei reggenti che lo considerano un elemento di secondo piano.

L’intercettazione (Salvatore Romano blocca le richieste e minaccia il taglio):

«A Raffaele non lo voglio nemmeno rispondere… quando sta storto o’ fra… o’ fra non farci un bucchino, non ti prendere la confidenza muccus’ perché ti rompo la testa… la prossima imbasciata al nonno… lo sai che gli devi dire? Deve dire… ho l’imbasciata di tuo zio e di Romano Salvatore che stai parlando assai… amo’ tu prendi mille e cento… tu pigli mille e duecento euro al mese… hai capito che qui c’è gente che prende settecento euro al mese…».

4. Salvatore Bussola (“Scarulella”) & Mario D’Aria (“Marittiello”)

Stato: Entrambi reclusi (D’Aria dal 2022, Bussola dal 2025 per associazione mafiosa ed estorsione).

Importo erogato: Tra i 1.000 € e i 1.250 € a testa.

Il retroscena: Ad ottobre 2025 il clan è a corto di liquidità derivante dal pizzo. Per evitare che i due detenuti rimangano senza soldi, il reggente Salvatore Romano ordina di attingere direttamente dalla sua quota di profitti personali.

L’intercettazione (Il bilancio in emergenza tra Caiazza e Romano il 10/10/2025):

Caiazza: «Marittiello comunque ha detto il fatto di questa, se glieli potevamo mandare che gli servivano».
Romano: «E mo glieli…»
Caiazza: «…Scarulella, non tengo una lira, ho detto mo vedo di apparare…»
Romano: «E fa 2 e 2, fai 1000 e 1250 e poi lunedì mandiamoceli, li prendi da sopra i miei, hai capito? La prima settimana di… me li paghi, capito?».

5. Salvatore Lupoli alias “Trombone”

Stato: Recluso dal 7 aprile 2023 all’8 ottobre 2025 per estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Importo erogato: Storicamente oscillante tra i 500 € e i 700 € al mese durante i periodi di crisi della cassa comune. Successivamente adeguato.

Il commento dei boss: Romano considerava quella cifra una miseria (“carne di macello”) e pretendeva per lui una quota fissa non inferiore ai 1.000 €.

L’intercettazione (Dialogo a bordo di una Fiat Panda tra Romano, Caiazza e lo stesso Lupoli appena scarcerato):

Romano: «Totò i primi due mesi, mi deve morire mio fratello, a carne di macello proprio ho lavorato… io prendo le mesate, ed ho detto come li mando 300 euro ad un carcerato? Ma non stanno bene con la testa questi qua?… Tu pare 500 pigliavi allora… 5/600 euro ti mandavamo».
Lupoli (“Totore”): «Per un periodo eh… per un periodo prendevo 700 mi pare».
Romano: «Eh facevo io… ma che è qua o’ frat, almeno mille o’ frà, che è, minimo».

6. Raffaele Alterio alias “Vavarone” – Il nemico mantenuto

Stato: Detenuto dal 25 aprile 2022.

Importo erogato: Regolare “mesata” di mantenimento commerciale (cifra non specificata ma equiparata ai ranghi intermedi).

La spietata strategia: Nonostante Alterio sia passato a una fazione scissionista nemica (“si è voltato”), il clan della 167 continua a pagargli lo stipendio in cella per salvaguardare l’onore del nome di Arzano all’interno delle carceri. La condanna a morte è solo congelata fino al giorno della scarcerazione.

L’intercettazione (Antonio Caiazza rivela la regola d’oro del clan il 02/03/2026):

«A chi sta dentro noi ci mandiamo le mesate, poi se qualcuno non è buono quando esce ce la vediamo, però viene sempre onorato. Stanno molti di loro che… pure Lelluccio… Vavarone… diciamo che è un nemico nostro perché quello si è “voltato”, però tu gliela mandi sempre frà la mesata, poi quando esco ti siedi a tavola e gli buchi la testa, ma noi la mesata gliela diamo sempre, perché nei carceri si paga… Arzano non mantiene è una cosa brutta».

7. Gli altri profili del “Welfare” carcerario

Francesco Paolo Russo (“Cicciariello”) Ergastolano, fondatore del clan. Riceve la mesata in modo stabile e incondizionato, persino nei periodi in cui Salvatore Romano era stato estromesso dalla reggenza. Il denaro viene materialmente ritirato dal fratello Cristian. Romano: «Cicciariello pure non lo vedo e se ne parla quando viene… dobbiamo apparare».

Domenico Russo (” ‘O Mussuto”) Detenuto. Unico membro in cella della famiglia Russo. Sottoposto a decurtazione dello stipendio direttamente su ordine del boss Giuseppe Monfregolo dal carcere. Romano: «Peppe me lo disse… guardami a me il Mussuto [taglia la mesata]».

Antonio Alterio Scarcerato il 17/12/2025 dopo oltre due anni di cella. Mantenuto per tutta la detenzione. Appena libero dichiara di voler uscire dal clan, scatenando il forte risentimento dei reggenti per il denaro “sprecato”. Conversazione Caiazza-Monfregolo del 24/01/2026 (RIT 8715/2026).

Raffaele Monfregolo (“Lello”) Detenuto. Fratello dei boss Giuseppe e Mariano. Percepisce la mesata regolarmente. A differenza dei fratelli, viene descritto dai reggenti come un uomo distaccato dalle logiche di avidità finanziaria. Romano: «Lello non se ne fotte proprio… disse Lello: basta che è tutto apposto… basta che sta bene».

Raffaele Piscopo (Nipote di Giuseppe Monfregolo) Detenuto. Subisce il taglio forzato dello stipendio mensile per ordine dello zio Giuseppe. Nota di reggenza: «O’ fra abbassa la mesata a… Raffaele mio nipote».