Le memorie del pentito «Lallone»: viaggio al centro della camorra di Secondigliano

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Le dichiarazioni del pentito Pasquale Paolo, figlio del boss Raffaele “o’ Rockets”, non si limitano a fornire nomi e cognomi agli inquirenti, ma disegnano una mappa dettagliata dell’evoluzione della criminalità organizzata a Nord di Napoli negli ultimi dieci anni. Dalla gestione del contante in tempo di guerra alle falle del sistema carcerario, fino alle spaccature interne ai clan storici.

 L’oro bianco e il boss bambino: come si finanzia una cosca

Il primo aspetto cruciale che emerge dai verbali è la spaventosa disponibilità economica e la facilità con cui un minorenne viene inserito ai vertici operativi del narcotraffico. Non c’è gavetta per il figlio del boss, c’è solo un passaggio di consegne in piena regola, formalizzato durante un colloquio in carcere.

In una Scampia paralizzata dalla faida, un ragazzo non ancora maggiorenne riceve le chiavi della cassaforte di famiglia. La storia di Pasquale Paolo inizia con un colloquio in carcere e un capitale da 250mila euro da reinvestire nel mercato della cocaina.

C’è un momento esatto in cui l’infanzia di Pasquale Paolo, detto “o Lallone”, finisce per lasciare spazio a un ruolo apicale all’interno di una delle organizzazioni criminali più strutturate d’Europa. Non c’è una cerimonia di affiliazione formale, né un lungo periodo di gavetta sui marciapiedi di Scampia. C’è, invece, un colloquio nel parlatorio del carcere di Sulmona e un tesoro nascosto che aspetta solo di essere mosso.

I verbali firmati dal collaboratore di giustizia a partire dall’estate del 2022 squarciano il velo sulle dinamiche finanziarie del clan Di Lauro in uno dei suoi periodi più bui: quello a cavallo tra il 2011 e il 2012.

L’assedio e il summit a Sulmona

Per comprendere la rapidità dell’ascesa di Pasquale, bisogna calarsi nel clima di terrore che si respirava a nord di Napoli in quegli anni. Le strade non erano piazze di spaccio, ma trincee. La sanguinosa faida contro il cartello degli scissionisti della Vanella Grassi costringeva gli affiliati e le loro famiglie a vivere da reclusi.

“Dopo pochi mesi dopo il 2011, quando ero chiuso nel Rione dei Fiori perché c’era la faida con la Vanella Grassi, io, mia madre e le mie sorelle siamo andati a colloquio con mio padre Paolo Raffaele detto ‘o Rockets, il quale era detenuto presso il carcere di Sulmona.”

È dietro i vetri blindati di quel penitenziario abruzzese che il boss cede il testimone al figlio minorenne. La cosca ha bisogno di liquidità per sostenere la guerra, mantenere le famiglie dei detenuti e non perdere il controllo del territorio. La soluzione è immettere capitali freschi nel mercato dell’oro bianco: la cocaina.

Il tesoro nascosto al Bar

L’investitura del “boss bambino” passa attraverso la consegna delle coordinate di un vero e proprio tesoro contante. Un patrimonio accumulato negli anni precedenti, persino durante il periodo in cui Raffaele Paolo era latitante sul litorale laziale, a Terracina.

“Dopo questo incontro ho preso 250.000 euro per comprare droga. Si trattava di soldi di mio padre e miei. Una parte di questi soldi stavano presso il Bar …, fuori al carcere di Secondigliano, un’altra metà li aveva mia madre in una cassaforte.”

Questo dettaglio illustra perfettamente l’economia sommersa della camorra: 250mila euro in contanti, pronti all’uso. Una metà custodita tra le mura domestiche, sotto l’occhio vigile della moglie del boss, e l’altra metà “parcheggiata” presso insospettabili presidi sul territorio. Il collaboratore specifica infatti di aver avuto a che fare per il recupero del denaro “solo con Lino, figlio di Giovanni, del Bar…”, dimostrando come le attività commerciali fungano spesso da banche non ufficiali per i capitali illeciti.

Da erede a broker: la rete commerciale di “Lallone”

Con un quarto di milione di euro a disposizione, Pasquale non si limita a rifornire le piazze locali. Crea una vera e propria rete di distribuzione all’ingrosso, dimostrando una spiccata attitudine imprenditoriale per un ragazzo della sua età. Si muove scortato da un gruppo di fedelissimi — tra cui Aldo Roccia (“Alduccio”), Francesco Meola (“o’ Pirata”) e Antonio Mollo (“Todi”) — tessendo accordi commerciali su più fronti.

I soldi vengono investiti alla fonte. Pasquale dichiara di acquistare la cocaina scendendo fino a Torre Annunziata, storica roccaforte dell’importazione di stupefacenti, e rifornendosi da grossisti di peso come Giovanni Cortese, noto negli ambienti criminali come “o’ Cavallaro”.

Una volta tagliata e preparata, la droga non viene smerciata al dettaglio, ma rivenduta a “pacchi” ad altre famiglie criminali e broker sparsi per la regione, e persino oltre i confini campani. I clienti di “Lallone” includono:

La provincia laziale: Una famiglia residente a Frosinone, identificata dal pentito nei coniugi “Azzurra” e “Alex”.

L’area di Napoli Ovest: La famiglia camorristica dei Marfella, egemone nel Rione Traiano, uno dei più grandi supermarket della droga della città.

Le piazze limitrofe: Un referente identificato come Pino Tancredi per la zona del Rione Corso Italia.

La prima vita criminale di Pasquale Paolo si consolida così, macinando centinaia di migliaia di euro e consolidando alleanze interprovinciali. Un’ascesa vertiginosa e spietata, che subirà la sua prima battuta d’arresto solo il 12 dicembre 2014, quando le manette si stringeranno per la prima volta ai polsi del giovane erede dei Di Lauro, aprendo un nuovo e ancora più oscuro capitolo: quello della gestione degli affari da dietro le sbarre.

1.continua