«Non ti sei presentato a me»: le minacce del boss Pietro Izzo per i lavori edili al rione Gescal

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Una latitanza, verosimilmente trascorsa tra coperture di spessore e cautele estreme, che si è infranta contro la determinazione degli investigatori italiani. Pietro Izzo, 60 anni, noto negli ambienti criminali come “Pierino” e ritenuto dalle forze dell’ordine uno degli attuali reggenti dello storico clan Licciardi, è stato catturato l’altro ieri mattina ad Alicante, in Spagna. I

l suo arresto chiude il cerchio su un’inquietante vicenda di estorsione aggravata dal metodo mafioso, che ha già portato dietro le sbarre due suoi presunti emissari: Luca Gelsomino, 32 anni, e Giovanni Napoli, 44 anni, meglio conosciuto come “Giovanni uomini e donne”. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Napoli, ha scoperchiato l’ennesimo tentativo di imporre la legge del “pizzo” sui cantieri edili della periferia nord. Ma questa volta, il copione della camorra si è scontrato con un imprevisto: il coraggio della vittima.

L’affronto territoriale e la “buona educazione” del boss

Tutto inizia nei cantieri aperti per la ristrutturazione di alcuni immobili tra il rione Gescal e la Masseria Cardone, da decenni roccaforte impenetrabile e quartier generale del clan Licciardi (colonna portante, insieme ai Contini e ai Mallardo, della temibile Alleanza di Secondigliano).

Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, la sola apertura di quei cantieri – per un valore complessivo di 110mila euro (40mila per il primo, 70mila per il secondo) – viene percepita dalla cosca come un affronto. L’imprenditore ha osato lavorare nel “loro” territorio senza chiedere il permesso.

L’avvicinamento segue un rituale criminale ben consolidato. È lo stesso “Pierino” Izzo a farsi avanti per primo, con toni che mescolano un falso paternalismo a una minaccia latente: «Lo sai che sei proprio scostumato? Ma come, vieni a fare lavori nella Gescal e non ti sei nemmeno venuto a presentare? Lo sai che è buona educazione chiedere il permesso?». Parole che nel gergo criminale non lasciano spazio a interpretazioni: la “tassa” ambientale deve essere pagata.

La trappola del pizzo e il pressing degli esattori

Dopo il “messaggio” del boss, entrano in scena i gregari. La fase operativa del racket viene affidata a Gelsomino e Napoli (attualmente difesi dall’avvocato Antonietta Genovino). I due diventano l’ombra dell’imprenditore, in un crescendo di pressioni e intimidazioni.

Il picco della tensione si registra a giugno, in una finestra temporale di tre giorni in cui il fiato sul collo della vittima si fa asfissiante. Giovanni Napoli si presenta direttamente nell’ufficio del costruttore. La richiesta, stavolta, è esplicita e senza sconti: «Pierino ha detto che questa cosa me la devo vedere io. Nientedimeno hai aperto due cantieri nel rione Gescal e alla Masseria, stai intascando 40mila e 70mila euro e da noi non sei proprio venuto. Non ti sei comportato bene».
Poi, la classica giustificazione camorristica per estorcere denaro: le esigenze del clan e dei carcerati. «Comunque ci devi fare un regalo perché io da poco sono uscito di galera e stiamo senza soldi. Ci devi dare 5000 euro». La cifra deve essere saldata in due rate.

Il coraggio della denuncia: l’audio che incastra la cosca

Ma l’imprenditore non si piega alla logica dell’omertà. Decide di rivolgersi allo Stato e compie un atto di estremo coraggio: all’insaputa dei suoi aguzzini, accende il registratore del suo smartphone. È proprio quell’audio a diventare la prova regina in mano agli investigatori.
Nella registrazione si sente chiaramente Napoli lamentarsi per i ritardi nella consegna di un primo acconto di 1000 euro. Le frasi captate trasudano minaccia e insofferenza: «Però se tu mi dici, io a 40 anni, oggi, domani… oggi non è bello fratello». Fino ad arrivare, in un’altra occasione, all’esasperazione malavitosa per le resistenze della vittima: «Ma ci stai mandando a prendere il sale».

L’operazione lampo e il blitz

L’indagine, partita dalla denuncia, si sviluppa in tempi record, a dimostrazione della priorità che la Procura attribuisce ai reati spia dell’inquinamento mafioso dell’economia. Sotto il coordinamento della Dda, i poliziotti della Squadra Mobile della Questura di Napoli (guidati dal dirigente Giovanni Leuci) uniscono le forze con la squadra operativa e investigativa del Commissariato Secondigliano (diretta da Tommaso Pintauro e coordinata dall’ispettore capo Luca Boccia).
In pochi giorni, il quadro indiziario è granitico.

Il 28 giugno scatta il fermo del pm (successivamente tramutato dal Gip in ordinanza di custodia cautelare in carcere) per Gelsomino e Napoli, che finiscono nel penitenziario di Secondigliano.

All’appello mancava solo il regista di quell’estorsione: Pietro Izzo. Il boss era riuscito a far perdere le proprie tracce, innescando una caccia all’uomo internazionale. La sua fuga è terminata l’altro ieri nella penisola iberica, storico crocevia per i latitanti della camorra. Per tutti e tre (ferma restando la presunzione di innocenza fino a sentenza passata in giudicato), l’accusa è pesante: estorsione aggravata dal metodo mafioso. Una vittoria per lo Stato e un segnale inequivocabile: denunciare il racket, oggi, è la via più sicura per sconfiggerlo.