I retroscena dell’operazione che due settimane fa ha decapitato la camorra a nord di Napoli. Dalle estorsioni condivise al pizzo sui cantieri, fino all’omicidio di Antonio Bortone che ha fatto tremare gli equilibri. Nelle mille pagine dell’ordinanza del Gip Anna Tirone, le intercettazioni svelano il funzionamento del “Cappello”, il fondo comune delle storiche famiglie Ranucci, Verde e Puca. E il terrore di una nuova e sanguinosa guerra di camorra.
C’è un luogo fisico dove si decidono i destini, si spartiscono i soldi dei cantieri, si decretano le condanne a morte e si invocano i fantasmi delle mattanze passate. È il salotto-garage al civico 8 di via Giacomo Leopardi a Sant’Antimo. Qui, formalmente agli arresti domiciliari, Domenico Ranucci, per tutti Lilli, figlio dello storico boss ergastolano Stefano (attualmente al 41-bis), ha tenuto la sua corte.
Scarcerato alla fine di novembre del 2022 dal penitenziario di Carinola, Lilli aveva un solo obiettivo: riprendersi Sant’Antimo, Grumo Nevano e Casandrino. Monopolizzare la droga, ristabilire le gerarchie delle estorsioni e piegare al suo volere gli alleati storici, ma sempre più riottosi, del clan Verde. Quello che Ranucci non sapeva, è che ogni singolo respiro in quel garage veniva captato dalle cimici dei Carabinieri e registrato dalle telecamere nascoste, materiale che due settimane fa è confluito nella massiccia ordinanza cautelare firmata dal GIP Anna Tirone. Un documento che fotografa una camorra imprenditoriale ma al contempo feroce, seduta su una polveriera innescata l’8 marzo 2023 con l’omicidio di Antonio Bortone.
Il “Cappello” e i soldi in mezzo alla tavola
A nord di Napoli, da decenni, la pace si compra con una regola precisa. I collaboratori di giustizia lo chiamano “Il Cappello”. È un cartello economico, una “pax mafiosa” tra le tre famiglie dominanti: i Ranucci, i Verde e i Puca. La regola aurea impone che i proventi delle estorsioni ai danni dei cantieri edili (in gergo chiamate “le fatiche”) vadano messi in un fondo comune e poi divisi equamente in tre parti per mantenere le famiglie e i carcerati.
Nel garage di via Leopardi, Domenico Ranucci lo spiega con una chiarezza che gela il sangue. Si lamenta dei clan alleati che, a suo dire, non stanno rispettando i patti: “Loro la fatica che è stata fatta, da Natale a dopo Natale, ad oggi, i soldi stanno tutti quanti in mezzo alla tavola, perché non abbiamo preso neanche un centesimo. I soldi me li sono presi il mese scorso, ho anticipato io… creando il capitale. Poi prendiamo stesso quei soldi là e si va a compare (la droga, ndr) e poi incominciamo a dividere”.
Ma la regola del racket condiviso ha un corollario rigido: “Chi non scende, non mangia”. Al momento di andare a bussare all’imprenditore di turno, deve essere presente almeno un affiliato per ogni clan, altrimenti il sodalizio assente perde la quota.
L’arroganza criminale del clan è tale che, quando arrivano esponenti del potente clan Amato-Pagano (i cosiddetti “Scissionisti” di Secondigliano) a chiedere il “permesso” per estorcere ditte sul territorio di Sant’Antimo, Ranucci è categorico. Maurizio Errichelli (affiliato agli Amato-Pagano) chiede a chi deve rivolgersi per mettersi a posto. La risposta di Lilli non ammette repliche: “Nella famiglia Ranucci ci sto io! A me mandami i nomi, i nomi della ditta, chi sono”.
L’agguato fatale e lo spettro degli anni Ottanta
L’equilibrio, già precario, salta in aria l’8 marzo 2023. Antonio Bortone, fedelissimo di Ranucci, viene crivellato di colpi; nel raid resta ferito gravemente anche Mario D’Isidoro. È un affronto diretto alla leadership di Lilli.
Il boss capisce di essere stato tradito dai suoi stessi fiancheggiatori. Nel chiuso del suo garage, Ranucci ricostruisce la dinamica di quell’agguato fatale, svelando di esserci passato vicino anche lui e accusando due affiliati, “Antimuccio” e Costantino Grillo, di averli consegnati ai sicari.
“Loro già stavano preparati,” racconta Ranucci ai suoi, “quando io arrivai là col mezzo, guardai a Mario e dissi ‘Ragazzo, ma che stai combinando? Tu devi venire dietro alla testa mia, non devi venire dietro alla testa tua! Tu qua sotto mi stai portando a morire, senza pistola, senza niente, mi stai portando qua sotto?'”.
La tensione esplode. Ranucci non si fida più di Mario Verde (detto Mariolino), l’attuale reggente dell’omonima famiglia, ritenuto troppo debole, ambiguo o forse complice. A dar manforte ai deliri di Ranucci è, paradossalmente, uno dei vertici della stessa famiglia avversaria: Pasquale Verde, detto O’ Cecato.
Pasquale si sfoga nel salotto di Ranucci, rinnegando la linea morbida del suo capo Mariolino ed evocando il periodo più buio della storia criminale campana.
“Se dobbiamo ritornare a quei tempi là, ditemelo,” sbotta Pasquale Verde.
Ranucci risponde laconico: “Là si deve tornare”.
Verde rincara la dose: “Io non ho paura di andarmi a fare 30 anni di carcere… gli devo dire ‘Mariolino ma tu forse ti sei dimenticato quando nell’80 te ne ho fatto andare qua'”.
Ranucci concorda, e fissa il suo programma di guerra non appena gli saranno tolti i domiciliari: “Ora esco, Pasquale, la prima cosa, o frate, gli smonto tutte cose!”
La paranoia spinge Ranucci a ipotizzare persino di presentarsi a un vertice tra clan armato fino ai denti: “Lo sai a cosa ho pensato? Ti dico proprio la cosa com’è, prendo il Kalash, a due moto, Kalash… ‘Fratè non mi dire niente, lo sai abbiamo avuto un problema, mi devo incontrare un po’ con tutti quanti voi'”.
“Spezzate quelle telecamere”
Il controllo maniacale del territorio non ammette ingerenze dello Stato. Tra la fine di marzo e l’inizio di aprile 2023, la pressione delle forze dell’ordine si fa asfissiante. Ranucci intuisce che il suo quartiere è sorvegliato. Sospetta di una Mini Cooper bianca e nera parcheggiata in un vicolo (“veicolo civetta” che effettivamente conteneva una periferica di intercettazione ambientale) e di una cabina elettrica.
Il boss non esita a impartire ordini distruttivi, comportandosi come il padrone assoluto del rione. Si rivolge ai suoi uomini, Raffaele Barretta e Mario D’Isidoro: “Ora stasera mi devi fare un piacere, vedi le 2 e 50 che mi devi dare? Non darmeli, però mi devi fare questo piacere… devi accendere questa cabina qua dietro”.
Ranucci spiega esattamente come bruciare le telecamere nascoste nel palo della luce: “Ci sono tre cassette, però devi andare coperto bene… vai con un piede di porco, lo metti dentro, spezzi la fascetta e una fascetta qua che si prende e si toglie”.
Raccomanda perfino l’uso dell’estintore per innescare una palla di fuoco, ma ordina che sembri un guasto: “Non devono capire, devono capire che è stato un corto circuito”. Non sanno, i boss, che quelle stesse parole stanno firmando le loro condanne.
Il quadro che emerge dall’inchiesta culminata con i recenti arresti è quello di un sistema criminale asfissiante, capace di mettere a sistema “le fatiche” di decine di imprenditori, ma allo stesso tempo vulnerabile alle invidie interne, pronto a rispolverare i metodi stragisti di quarant’anni fa per una partita di droga non pagata o per il controllo di un cantiere. Una mafia feroce, che faceva i conti nel chiuso di un garage, dimenticando che, questa volta, lo Stato era seduto sul divano accanto a loro.
