Nonostante l’isolamento e la rottura dei canali storici con i calabresi, la Nuova Vanella Grassi ha dimostrato una solidità economica sbalorditiva. Un’efficienza che poggia su una rigida struttura piramidale e su un sistema assistenziale impeccabile per i detenuti, concepito per scongiurare i rischi di pentimento e garantire la fedeltà assoluta dei sodali.
I pentiti svelano che la gestione ordinaria del clan è affidata al duo composto da Fabio Iazzetta e Luigi Rosas, alias “Gino ’o Zuppone”. Sono loro che riscuotono i proventi delle piazze e delle estorsioni a tappeto per provvedere al pagamento regolare degli “stipendi” alle famiglie storiche della compagine criminale. Ogni mese, secondo quanto messo a verbale da Raffaele Paone, dalla cassa comune escono fiumi di denaro destinati ai vertici della piramide mafiosa.
Questa cifra subisce un’impennata eccezionale per i membri di sangue della dinastia Petriccione. Come chiarito dall’ultimo dei pentiti, Luigi Esposito, lo sforzo economico sostenuto dalle piazze di spaccio della Vanella serve a garantire il lusso e il rispetto dei capiclan storici ristretti nei penitenziari di massima sicurezza:
«Petriccione Salvatore, Petriccione Gaetano e Petriccione Junior, da detenuti, prendono 6.000 € a testa al mese e li pretendono indipendentemente dall’ammontare dei guadagni del clan. Da quando è stato arrestato, anche Gaetano Angrisano ha incominciato a prendere questa somma di € 6.000. Questo mensile viene distribuito da Iazzetta e Rosas. Presumo la moglie di Salvatore, madre di Junior e Gaetano, per loro tre; mentre per Gaetano Angrisano immagino sia sua moglie Anna Petriccione.»
L’altare della cassa comune e la tassa dei seimila euro
Dentro la cassaforte della Nuova Vanella Grassi: dai block-notes sequestrati alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia che svelano l’infallibile ammortizzatore sociale del clan. Una burocrazia mafiosa che stipendia i capiclan in cella a tariffa fissa e strozza i vecchi padroni del narcotraffico, trasformando i profitti dei venti chili di cocaina scippati ai calabresi in puro welfare della camorra.
Un clan, prima di essere un presidio di fuoco e di intimidazione militare, è un’azienda a capitale liquido. E come ogni azienda che aspiri alla sopravvivenza nel mercato più instabile del mondo — quello della camorra dell’area nord di Napoli — necessita di un sistema di ammortizzatori sociali interno che non ammette ritardi né fallimenti.
Le ottantasei pagine dell’ordinanza cautelare firmata dal gip Carla Sarno svelano che il vero segreto della Nuova Vanella Grassi non risiede nella riserva di pistole calibro 38 e 9 corto nascoste nei sottotetti del Lotto P. Risiede in un foglietto.
Un block-notes contabile, un pezzo di carta straccia che i reggenti si tramandano di mano in mano come un testimone olimpico e che regola, con la precisione di un ufficio di collocamento statale, il flusso delle “mesate”. È il welfare della cassa comune: un meccanismo finanziario alimentato dai flussi di cocaina, crack ed hashish, concepito per una sola, vitale funzione di sopravvivenza mafiosa: garantire il mantenimento dei detenuti e delle loro famiglie, azzerando sul nascere ogni tentazione di collaborazione con lo Stato.
Il foglietto della Vanella Grassi e la transizione dei capiclan
Nella gerarchia della Vanella Grassi, la cattura di un capo non interrompe il comando né azzera il diritto al profitto. Ma per mantenere in piedi un impero che spazia dalle Vele alle Case dei Puffi, la contabilità deve essere implacabile. Quando il 13 dicembre 2023 i Carabinieri stringono le manette ai polsi di Gaetano Angrisano, stanato nel Lotto G nel giorno del secondo compleanno del figlio, l’assetto contabile del clan subisce un terremoto controllato.
Non potendo la famiglia Petriccione lasciare scoperto il territorio, l’ordine di transizione viaggia sui canali clandestini della rete carceraria.
A descrivere il passaggio di consegne e il trasferimento del “potere del foglietto” è Luigi Esposito, un soldato del clan arruolato a mille euro al mese per “stare a disposizione” per i reati di sangue. Esposito descrive i minuti successivi al blitz contro Angrisano, quando i colonnelli del clan si riuniscono d’urgenza nel Rione Berlingieri, nel retrobottega di un negozio di cornetti:
«La sera del giorno che Gaetano Angrisano fu arrestato ci fu una videochiamata con Junior, che parlava dal carcere. Noi confluimmo nel Rione Berlingieri, da Fabio dei cornetti. C’eravamo io, mio fratello, Rosas, Iazzetta… Petriccione Junior si raccomandò con Iazzetta di stare tutti uniti in quanto in quel momento non era rimasto nessuno fuori “con il cognome”, incaricando Iazzetta di prendere le redini del clan, essendo quello più idoneo. Junior parlò con Iazzetta, chiamò sul telefono di Ciro Russo facendo una videochiamata su Instagram e noi lo potemmo riconoscere sullo schermo e, nonostante poi Iazzetta si sia allontanato un poco, avemmo modo di ascoltare queste sue raccomandazioni.»
Da quel momento, la gestione materiale della cassa passa nelle mani di Fabio Iazzetta e Luigi Rosas, detto “Gino ’o Zuppone”. Sono loro a ereditare la gestione della contabilità interna. Ma subentrare al comando significa prima di tutto garantire il rispetto dei vitalizi per i boss rinchiusi al 41-bis o nei reparti di massima sicurezza. Luigi Esposito, nei suoi verbali del settembre e novembre 2024, mette a nudo le cifre di questo bizzarro “consiglio d’amministrazione” dietro le sbarre:
«Petriccione Salvatore, Petriccione Gaetano e Petriccione Junior, da detenuti, prendono 6.000 euro a testa al mese e li pretendono indipendentemente dall’ammontare dei guadagni del clan. Da quando è stato arrestato, anche Gaetano Angrisano ha incominciato a prendere questa somma di euro 6.000. Questo mensile viene distribuito da Iazzetta e Rosas. Non so materialmente chi prende i soldi per conto dei detenuti, presumo la moglie di Salvatore, madre di Junior e Gaetano, per loro tre; mentre per Gaetano Angrisano immagino sia sua moglie Anna Petriccione. Mio fratello si era fatto cancellare il tatuaggio di Fabio Iazzetta che aveva in petto… Ebbe poi un chiarimento con Iazzetta, il quale disse che non era vero quello che aveva detto Petriccione, e che lui (Iazzetta) era tenuto a dare i soldi alla famiglia Petriccione (Junior, Gaetano, il loro padre Salvatore e Gaetano Angrisano i quali prendevano 6.000 euro al mese a testa) e lui non poteva decidere diversamente, mentre loro avrebbero ben potuto “far uscire” una mesata anche per noi.»
Il “tavolo” dei duemila euro e la tassazione sugli avvocati
Sotto la soglia aristocratica dei seimila euro riservata alla dinastia Petriccione e ai generi di sangue, esiste una seconda fascia di welfare mafioso. È la quota fissa stabilita per i quadri dirigenti del clan, i promotori storici e i gestori delle casse d’appoggio. A svelare la struttura burocratica di questa contabilità è Raffaele Paone, “Rafaniello”, che per mesi ha gestito le finanze del clan prima di essere arrestato e decidere di saltare il fosso.
Nel verbale del 5 settembre 2024, Paone descrive un vero e proprio tariffario sindacale che copre finanche le spese legali, regolate con i professionisti del foro attraverso contratti a canone mensile:«Gino ’o Zuppone e Iazzetta Fabio sono quelli che stabiliscono chi deve prendere la mesata e quanto. Le famiglie principali, in particolare quella di Petriccione Salvatore, di Accurso Umberto, Raiano Luca, Magnetti Fabio, Mennetta Antonio, Petriccione Gaetano, Grazioso Alessandro, Aruta detto “pilotino”, Angrisano Gaetano, Coppola Antonio e Corcione Giuseppe prendono tutte duemila euro al mese fissi, al netto di tutte le spese, ivi comprese le spese legali che vengono pagate come extra. In particolare, con gli avvocati del clan c’è un accordo di pagare l’onorario a rate mensili, in relazione ai singoli processi. Sia Iazzetta che Gino ’o Zuppone non prendono una vera e propria mesata, in quanto, essendo capi, possono prendere la quota che vogliono. L’importante è che assicurano la mesata alle famiglie suddette, nonché ad altri carcerati.»
È lo schema perfetto della solidarietà camorristica: la cassa comune non è un fondo statico, ma una macchina da guerra mutualistica che garantisce la tenuta psicologica del nucleo familiare del detenuto. Chi sta dentro sa che la moglie riceverà il denaro ogni dieci del mese; sa che l’onorario del penalista è coperto dal clan; sa che lo “status” criminale viene monetizzato in base all’importanza e al grado di fedeltà dimostrato.
L’arruolamento forzato dei “cavalli forti” e la coca ad alto prezzo
Ma per garantire un’uscita fissa di ventiquattromila euro al mese solo per i quattro membri della famiglia reale Petriccione-Angrisano, a cui vanno sommati i duemila euro a testa per le decine di affiliati di seconda fascia, Iazzetta, Rosas e Corcione devono spremere il territorio. E lo fanno applicando una strategia commerciale asfissiante: la monopolizzazione forzata dei canali di fornitura e la maggiorazione artificiale dei prezzi sui trafficanti privati.
L’esempio più lampante di questa estorsione camuffata da transazione commerciale riguarda la figura di Raffaele Paolo, alias “’o Rockets”, storico esponente del clan Di Lauro scarcerato nel 2019. Avendo appreso che “’o Rockets” stava accumulando fortune spacciando cocaina in autonomia grazie ai suoi vecchi contatti, il Triumvirato composto da Angrisano, Coppola e Corcione decide di sottoporlo a una scelta obbligata: o affiliarsi versando una tassa fissa, o subire il monopolio della Vanella.
Raffaele Paone descrive l’irruzione a casa del broker, un blitz commerciale finalizzato a imporre la legge economica della girata:
«Verso fine maggio/inizio giugno 2020, andammo io e Corcione a “impostarci” a casa del Rockets, sapendo che lui si riforniva da Paolo Esposito… Corcione intimò a Lelluccio che avrebbe dovuto prendere la droga, per i suoi numerosissimi clienti, solo da noi della Vanella, non più da Paolo Esposito né da nessun altro. Lui disse che era inutile “impostarsi”, lui si sentiva parte della famiglia, ed era a nostra disposizione… Il rockets ci propose di versare un mensile di 4-5.000 euro, senza essere obbligato a comprare la droga da noi, ma Corcione — sapendo che era un “cavallo forte”, dunque una persona con un consistente giro di affari — si rifiutò, ribadendo il suo obbligo di comprare la cocaina da noi.»
Da quel diniego nasce un canale di sfruttamento commerciale puro. La Vanella Grassi compra la cocaina all’ingrosso dai canali della Spagna o dagli Amato Pagano a ventiquattromila euro al chilo, e la rivende forzatamente ai trafficanti locali applicando un ricarico che varia a seconda del volume d’acquisto. Paone ne svela la percentuale esatta nei suoi verbali:«Il nostro guadagno stava nel fatto che gli vendevamo la droga ad un prezzo maggiorato di circa 3/3.5 punti rispetto all’acquisto, quando comprava almeno 3 pacchi (es. gli vendevamo a 27.500 euro la cocaina da noi pagata a 24.000), ma quando comprava solo un pacco, mettevamo anche 7 punti in più (nell’esempio di prima, 31.000 euro al chilo). Io mi recavo personalmente dal rockets a prendere i soldi, a casa sua, alla presenza anche di sua moglie… mentre i pacchi di cocaina glieli facevamo recapitare da Del Piano Pietro.»
È lo stesso identico trattamento commerciale applicato a Rita Pitirollo, la madre di Nico Grimaldi che gestiva la piazza di spaccio ordinaria e il business dei droni a Secondigliano. Nessuno può sfuggire al circuito della Vanella. Se vuoi spacciare nel territorio di Scampia, devi comprare la merce dai magazzini del clan a prezzo maggiorato: «Il fumo, l’erba e la cocaina che vendono nella loro piazza la prendono dalla Vanella Grassi… Non possono prendere droga da altri, altrimenti devono chiudere la piazza. Non pagano una quota, ma la Vanella guadagna vendendo loro la droga a prezzo maggiorato… se la coca sta a 33/35.000 euro al kg, gliela vendono a 40/45.000 euro al kg.»
Profitti stellari, estorsioni commerciali e fiumi di contanti che ogni quarantotto ore il cassiere Giuseppe Corcione, “Ciccio ’o macellaro”, passava a ritirare personalmente nelle abitazioni dei colonnelli per convogliarli nella cassa comune. Un tesoro sotterraneo che serviva a mantenere l’altare dei seimila euro a detenuto, l’unico vero collante capace di tenere unito l’impero della Vanella Grassi prima che gli ordini di carcerazione della Cassazione ne decretassero il crollo.
(nella foto da sinistra in alto il boss fondatore del clan Salvatore Petriccione, il figlio Salvatore junior, Gaetano Angrisano e Antonio Coppola, nipote del boss; in. basso da sinistra Fabio Magnetti, Antonio Mennetta,Umberto Accurso e Giuseppe Corcione)
