Falso medico condannato per la morte di Angela Russo: 11 anni e 10 mesi di carcere in primo grado
Benevento – Una storia sull’abuso di fiducia, una diagnosi ingannevole e una lunga battaglia giudiziaria che oggi arriva a una prima definitiva svolta processuale. La Corte d’Assise di Benevento ha inflitto a un uomo, accusato di aver curato Angela Russo nonostante non disponesse delle qualifiche, una pena di 11 anni e 10 mesi di reclusione per omicidio preterintenzionale. Assieme alla condanna, è stata disposta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’interdizione legale per tutta la durata della pena. In sede civile, la stessa decisione ha stabilito una provvisionale di 10mila euro per ciascuna parte civile, rinviando a un contesto distinto la quantificazione definitiva dei risarcimenti; l’imputato dovrà sostenere anche le spese processuali. Secondo quanto riferito dall’ufficio giudiziario, la sentenza è relativa al percorso di un processo durato quattro anni e venti udienze, che ha messo in luce le crepe di una vicenda costruita sull’inganno di un uomo che si PRESENTAVA come medico. Secondo quanto riportato da cronachedellacampania.it, l’esito odierno segna un punto fermo ma non chiude il lungo contesto giudiziario.
La diagnosi che non esisteva, la trappola terapeutica e i segnali di allarme
Al centro della vicenda c’è una diagnosi priva di fondamento: Angela Russo sarebbe stata convinta di avere un tumore al seno, e l’uomo che la accompagnava nel percorso terapeutico avrebbe promesso una possibilità di guarigione tramite trattamenti alternativi. La frase chiave, che fungeva da traino per l’intera vicenda, è stata evocata nel corso del dibattimento: “Ti guarisco io”. Il piano prevedeva anche procedure invasive come autoemotrasfusioni ozonizzate, pratiche che avrebbero dovuto “curare” la paziente, secondo la narrazione messa in piedi dal falso professionista. Una perizia disposta dalla Procura ha poi accertato un dettaglio decisivo: Angela Russo non aveva alcun tumore. La patologia diagnosticata dal cosiddetto medico non esisteva.
Tra terapite e conseguenze, l’impatto su una famiglia spezzata
Il cuore del dibattimento ha posto l’attenzione sulle terapie praticate e sulle conseguenze che ne sono derivate. Secondo l’impostazione della procura, le procedure eseguite sarebbero state invasive e avrebbero contribuito a causare il decesso della paziente, configurando così l’ipotesi di omicidio preterintenzionale. In questa chiave, la fiducia nei confronti di chi si presentava come professionista dell’ambito sanitario è diventata una trappola devastante, spezzando una vita e lasciando aperte domande e lutti irrisolti per la famiglia della vittima. A margine della lettura del dispositivo, l’avvocato della famiglia Russo, Cinzia Capone, ha espresso una soddisfazione per la verità raggiunta, pur senza cancellare il dolore di chi ha perso una madre e una moglie. “Ci ho creduto, ho riposto in questo processo quasi tutte le mie energie: notti insonni e attacchi di mal di pancia per costruire e dimostrare la strategia più giusta”, ha dichiarato. E ancora: “Oggi abbiamo raggiunto la verità. Giustizia è fatta davvero.” Le parole non cancellano il pianto di una madre che ha visto spezzarsi la propria vita; resta però l’esigenza di conoscere quali terreni lascerà aperti il prosieguo del percorso giudiziario.
Dalla sentenza al proseguimento legale: cosa resta da fare
Questa prima decisione di grado si aggiunge a una storia che continuerà a essere valutata nei prossimi gradi di giudizio. La corte ha determinato la pena e le provvisionali, ma la definizione di risarcimenti completi per le parti civili verrà affidata al giudice ordinarie competenti. Il procedere della giustizia potrà fornire ulteriori elementi sull’impatto di una condotta che ha alterato la fiducia di una paziente e della sua cerchia familiare, oltre a offrire indicazioni su come prevenire il verificarsi di simili inganni in contesti sanitari delicati.
Un caso che richiama l’attenzione sull’importanza della verifica delle qualifiche professionali e sulla necessità di tutela per i pazienti più vulnerabili
La sentenza odierna, pur se di primo grado, richiama un tema spesso al centro del dibattito pubblico: la protezione delle persone vulnerabili da rischi derivanti da figure che si presentano come professionisti sanitari senza le competenze necessarie. La vicenda resta anche un monito per le famiglie e per chi assiste chi è in condizione di fragilità, affinché la critica attenzione e la verifica delle credenziali non vengano mai a mancare.
Fonte: cronachedellacampania.it
