Titolo: Processo Maradona, la controtestimonianza del cardiologo scuote l’accusa e investe l’ombra della responsabilità medica
Buenos Aires – In aula, nel processo che vede imputati sette sanitari per la morte di Diego Armando Maradona, arriva una svolta inattesa: il cardiologo Ricardo Iglesias contesta la narrativa finora accreditata, sostenendo che la morte possa essere stata improvvisa e che il cuore dell’ex fuoriclasse avrebbe mostrato parametri sostanzialmente normali. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la deposizione dell’esperto sposta l’attenzione dall’ipotesi di una cardiopatia grave a una lettura molto diversa del decorso clinico dell’ospedalizzazione domiciliare.
La tesi di Iglesias entra come un cuneo nelle precedenti perizie medico-legali, che avevano ipotizzato una cardiomiopatia dilatativa accompagnata da un ingrossamento dell’organo e da coaguli compatibili con una lunga agonia. L’impianto accusatorio della Procura, fino a questo punto, poggiava su elementi ritenuti sufficienti a descrivere una gestione negligente da parte dell’équipe che ha seguito Maradona. La nuova interpretazione del cardiologo non cancella automaticamente le valutazioni passate, ma ne mette in discussione la solidità e apre uno spazio diverso per la costruzione delle responsabilità.
Iglesias ha ricordato di aver firmato, in segno di dissenso, la relazione della commissione medica del 2021, quella che aveva bollato come “inadeguata, carente e imprudente” la condotta dei curanti. A sostegno della propria tesi ha evidenziato quanto sia stato monitorato l’ex calciatore nell’ultimo anno: due ecocardiogrammi, tre interventi chirurgici e la consultazione di 17 specialisti senza che nessuno avesse rilevato anomalie cardiache di rilievo. Una serie di dati che, seppur concreti, vengono letti ora in chiave diversa rispetto alle conclusioni dell’indagine iniziale.
Il cuore della discussione resta però la lettura dei sintomi manifestati poco prima del decesso. Per l’accusa quegli elementi di gonfiore, tachicardia e spossatezza avrebbero dovuto far suonare un campanello d’allarme, testimonianza di uno scompenso in corso. Per Iglesias, invece, si tratterebbe di segnali clinici non in grado di predire un esito così improvviso: “Gli eventi acuti improvvisi sono inattesi per natura. Non c’era alcun segnale che facesse presagire un esito simile.” Una formula che, pur non chiudendo il fascicolo, rende meno determinante la previsione di un esito letale imminente.
Con questa testimonianza, la linea difensiva guadagna una nuova apertura strategica. I sette imputati, tra cui spiccano il neurochirurgo Leopoldo Luque e la psichatra Agustina Cosachov, si trovano ora a confrontarsi con una dinamica processuale che potrebbe ridefinire i termini dell’accusa di omicidio con dolo eventuale per la gestione del ricovero domestico. Restano naturalmente da verificare le altre articulazioni dell’indagine, i riscontri clinici e le eventuali incongruenze tra le diverse perizie: il dibattito non è chiuso, ma ha assunto una nuova direzione.
In tutto il dibattito emergono due dimensioni fondamentali: da un lato l’esigenza di accertare con rigore le responsabilità effettive nell’ambito sanitario; dall’altro la tutela della salute pubblica e la chiarezza riguardo ai limiti della medicina nell’emergenza. La storia di Maradona, più che una vicenda personale, continua a offrire uno specchio di come si pesano le responsabilità mediche in contesti critici, tra scandali di procedure, debolezze organizzative e la possibilità di revisioni sempre aperte.
Note: l’articolo si basa su fonti disponibili e, tra queste, si cita una ricostruzione pubblicata da www.cronachedellacampania.it.
