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Cronaca Giudiziaria

Napoli, impronta sul bottino collega Allard all’omicidio Attianese: Cassazione conferma 30 anni

Napoli, 2026. Dopo quasi quaranta anni, una decisione della Cassazione chiude un capitolo sangioproblematico della storia criminale di Pianura: Salvatore Allard è stato condannato a 30 anni di carcere per l’omicidio del poliziotto Domenico Attianese, intervenuto…

Napoli, impronta sul bottino collega Allard all’omicidio Attianese: Cassazione conferma 30 anni

Napoli, 2026. Dopo quasi quaranta anni, una decisione della Cassazione chiude un capitolo sangioproblematico della storia criminale di Pianura: Salvatore Allard è stato condannato a 30 anni di carcere per l’omicidio del poliziotto Domenico Attianese, intervenuto non in servizio per fermare una rapina nella gioielleria Romanelli.

La vicenda, nata dal tentativo di rapina al cuore della città, si è trascinata a lungo tra indagini rilanciate e riforme processuali. Attianese, ufficialmente fuori servizio, si avvicinò all’esercizio di giustizia nel dicembre del 1986, quando la violenza esplose nel quartiere: una colluttazione finita con la morte per un colpo alla nuca durante l’intervento. Inizialmente archiviato come cold case, l’indagine ha trovato nuova linfa grazie a tecniche investigativas moderne che hanno permesso di rianalizzare la scena e l’impronta trovata sul portagioie recuperato tra il bottino e il borsone abbandonato dai banditi. L’impronta è stata attribuita al dito anulare della mano destra di Allard, ritenuto responsabile dall’accusa del colpo mortale.

Secondo quanto riportato da cronachedellacampania.it, la Corte d’Appello di Napoli aveva già fissato un inasprimento della pena: 30 anni di reclusione per Allard, confermati successivamente in Cassazione, che ha rigettato il ricorso degli avvocati dell’imputato. Nella stessa vicenda è stato condannato in secondo grado Giovanni Rendina, che ha impugnato la sentenza: 30 anni di reclusione pronunciati il 10 dicembre 2025. La Cassazione ha quindi definitivamente definito entrambe le posizioni processuali, confermando l’impianto accusatorio seguito dalla Procura antimafia guidata da Maurizio De Marco e ribadendo la centralità delle prove acquisite nel corso degli anni.

Il contesto narra di un uomo che, pur non essendo in uniforme, scelse di sottrarre la scena alla criminalità, pagando con la vita: Attianese, con l’istinto di tutelare i cittadini, perse la sua vita in una dinamica che, per anni, aveva atteso una risposta giudiziaria definitiva. La ricostruzione degli investigatori è stata resa possibile non solo dall’analisi delle impronte, ma anche dal riordino di elementi che avevano perso di vista la loro linea temporale, fino a riaffiorare con maggiore chiarezza grazie alle tecnologie forensi disponibili.

Questo esito riporta al tema di fondo della giustizia penale italiana: la possibilità di chiudere casi vecchi grazie a nuove metodologie investigative e a una catena di responsabilità che attraversa decenni. È la conferma che, anche quando la verità sembra sfuggire, la tenacia degli organismi investigativi e la continuità del lavoro giudiziario possono ricostruire ciò che è accaduto e attribuire responsabilità, senza indulgere in riassorbimenti sommari o semplificazioni.

La vicenda, pur rimanendo legata a fatti del passato, offre una chiave di lettura contemporanea sulla lotta alla criminalità: la necessità di innovare le tecniche, di conservare le prove e di restituire alle vittime e alle loro famiglie una chiara verità. Restano aperte, in chiave processuale, le riflessioni sull’intero contesto di quel drammatico episodio: quali altri elementi possano emergere, quali altri responsabili potranno essere identificati, e quale ruolo giocheranno eventuali sviluppi futuri nelle successive valutazioni della magistratura. Ma, per il momento, l’ultima parola è stata scritta dalla Cassazione: Allard dovrà scontare la pena definita e Rendina resta parte di un medesimo quadro accusatorio.

Nel racconto di questa storia, l’attenzione resta centrata sui fatti concreti: una rapina sventata con esito tragico, un day-after lungo decenni di silenzi e riaperture, e un verdetto che mette a fuoco la memoria di un uomo che aveva scelto di agire per proteggere la comunità. Resta la domanda su cosa possa ancora emergere dal passato: ciò che è certo, però, è che la giustizia ha trovato una forma di chiusura, anche se la ferita resta impregnata nella memoria collettiva della città.

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