Si delinea con maggiore chiarezza l’identikit della banda del buco che giovedì mattina ha messo a segno il clamoroso colpo nella filiale Credit Agricole di piazza Medaglie d’Oro, nel cuore del quartiere Arenella. Secondo gli investigatori, si tratterebbe di un gruppo composto da almeno otto persone, tutte dotate di una profonda conoscenza del sottosuolo e, con ogni probabilità, legate al territorio cittadino.
Gli inquirenti ritengono di trovarsi di fronte a professionisti esperti, capaci di pianificare un’azione estremamente complessa nei minimi dettagli e di portarla a termine con modalità che ricordano quelle di un vero blitz cinematografico.
Il piano studiato nei dettagli
Con il passare delle ore emergono particolari che confermano l’elevato livello di preparazione del commando. Tra gli elementi più significativi c’è la scelta di sigillare i tombini nelle vicinanze della filiale, una mossa che sarebbe servita a rallentare l’eventuale intervento delle forze dell’ordine e a guadagnare tempo prezioso durante la fuga.
Parallelamente, gli investigatori stanno passando al setaccio i profili di soggetti già noti alle cronache giudiziarie, non solo in Campania, che in passato si sono distinti per colpi analoghi o per competenze tecniche legate agli scavi e alle infrastrutture sotterranee.
Un ruolo decisivo nelle indagini sarà affidato anche agli accertamenti tecnici. Sotto esame ci sono il mini-generatore e gli attrezzi da scasso rinvenuti nei cunicoli, elementi che potrebbero fornire tracce utili per risalire ai responsabili.
Il nodo delle cassette meno protette
Uno dei punti centrali dell’inchiesta riguarda la sicurezza interna del caveau, in particolare la diversa protezione delle cassette di sicurezza. All’interno della filiale erano custodite oltre mille cassette, ma non tutte risultavano protette allo stesso modo.
Circa 300 provenivano infatti da una vicina agenzia di via Scarlatti, chiusa un paio di anni fa, ed erano collocate in una posizione ritenuta meno sicura rispetto alle altre. A differenza delle cassette tradizionali, custodite in armadi blindati, queste sarebbero state visibili a chiunque avesse accesso al caveau tra i circa seimila correntisti della filiale.
Secondo più di un cliente, questa criticità sarebbe stata già segnalata in passato. Un dettaglio che potrebbe aver trasformato proprio quelle cassette in un obiettivo privilegiato. Chi ha pianificato il colpo, infatti, sembrerebbe essere stato perfettamente a conoscenza di questa vulnerabilità.
Registri al vaglio degli inquirenti
Gli accessi al caveau sono annotati in appositi registri, che ora potrebbero essere acquisiti dagli inquirenti per verificare eventuali presenze sospette o movimenti anomali nei giorni precedenti al furto.
È proprio su questo fronte che gli investigatori cercano possibili riscontri utili a capire se qualcuno abbia effettuato sopralluoghi o raccolto informazioni prima dell’azione.
Il bilancio ancora provvisorio
Secondo le prime indiscrezioni, sarebbero circa 120 le cassette forzate dalla banda. Al momento, però, solo una quarantina di titolari ha denunciato la sottrazione del contenuto, un numero destinato con ogni probabilità a crescere nei prossimi giorni, man mano che tutti i clienti verificheranno lo stato delle proprie cassette.
Va ricordato, infatti, che la banca non conosce il contenuto delle cassette di sicurezza e non può stabilire se al loro interno vi fossero beni di valore oppure se fossero temporaneamente vuote.
