Il sangue della Stadera: la faida tra i Bove e i Cinque e il “libro nero” della camorra

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Il 21 gennaio 2024 un commando fa irruzione in via dello Scirocco per giustiziare Raffaele Cinque. Un omicidio che svela una trama di odi familiari, vecchi rancori, fughe in taxi e una vendetta sussurrata ma mai compiuta. L’ascesa violenta dei Bove, i deliri dal carcere e i segreti di un quartiere prigioniero dell’omertà.

L’irruzione in via dello Scirocco

Napoli, 21 gennaio 2024. Sono da poco passate le 6 del mattino quando il destino di Raffaele Cinque, noto negli ambienti criminali come “Sasà a Ranf”, si compie definitivamente. Mentre la città ancora dorme, in un appartamento di via dello Scirocco civico 56, nel quartiere Poggioreale, un commando armato irrompe con una furia spietata. Cinque non ha scampo: viene sorpreso all’interno della sua abitazione.

Capisce subito cosa sta accadendo e, disperato, tenta di guadagnare la fuga calandosi dal balcone della cucina. Ma i sicari non gli lasciano scampo: lo raggiungono e lo freddano esplodendogli contro nove colpi di pistola calibro 7,65. Due di questi sono letali: uno lo colpisce all’addome, l’altro, sparato dall’alto verso il basso, gli trapassa il cranio come una vera e propria esecuzione. Sulla scena rimangono nove bossoli e un lago di sangue.

La rete degli arresti: il clan Bove in azione

Dietro questo omicidio, secondo la Procura e il Giudice per le Indagini Preliminari Daniela De Nicola, ci sono i membri della famiglia Bove, conosciuti negli ambienti criminali come i “Polpetta”. A fare fuoco sarebbero stati Giuseppe, Salvatore e Costantino Bove, con la complicità di Gennaro Ziccardi (fratello della compagna di un altro membro dei Bove), rimasto all’incrocio tra via Stadera e via dello Scirocco con il ruolo di “palo”.

Subito dopo l’omicidio, le telecamere di sorveglianza della zona e un ignaro tassista, che aveva caricato a bordo Giuseppe Bove e Ziccardi a Piazza Carità alle 5:30 per portarli prima in via Selva Cafaro e poi sul luogo del delitto, documentano gli spostamenti del commando. La fuga di Giuseppe Bove si concluderà nei giorni successivi in un B&B di Foggia e poi a Caserta, prima che le indagini si stringano inesorabilmente intorno a lui.

I Cinque e i Bove: l’ombra del Clan Contini e la spartizione di Poggioreale

Ma perché Raffaele Cinque doveva morire? Per comprenderlo, bisogna addentrarsi nei meandri oscuri del “gruppo della Stadera”, un’articolazione storicamente legata al potente Clan Contini (Alleanza di Secondigliano). La vittima non era un nome qualunque: “Sasà a Ranf” era nipote del defunto Domenico Cimminiello (alias “Mimi ‘o Merican”), storico vertice del gruppo criminale della zona. Dopo la morte di quest’ultimo nel 2011, il gruppo si era scisso in due fazioni: quella del “Priatorio” e quella guidata dai fratelli Lucarelli.

Dall’altra parte della barricata c’è la famiglia Bove. Cinque fratelli con un curriculum criminale di spessore, legati alla figura di Luigi Folchetti, vertice indiscusso del clan alla Stadera. I Bove, in particolare, gestiscono la fiorente piazza di spaccio radicata proprio nelle palazzine popolari di via dello Scirocco 55. È il controllo del territorio a fare da miccia.

 Sangue chiama sangue: l’agguato di Santo Stefano

L’omicidio di gennaio è solo l’epilogo di un’escalation di violenza iniziata settimane prima. Il 26 dicembre 2023, Raffaele Cinque si trovava a bordo di uno scooter, prestato dalla cognata quando venne improvvisamente travolto da una Fiat Panda color oro di proprietà di Salvatore Bove. A bordo c’era Giuseppe Bove che, dopo averlo investito, scese dall’auto e lo aggredì brutalmente con un’arma da taglio, infliggendogli almeno tre ferite alla schiena. Cinque si salvò per miracolo, ma la tensione era ormai alle stelle.

La reazione di “Sasà a Ranf” non si fece attendere: per ritorsione, mise in atto un’aggressione nei confronti di Annunziata “Nancy” Bove, sorella di Giuseppe. Un affronto imperdonabile per le logiche criminali: aver toccato una donna della famiglia Bove ha firmato, di fatto, la condanna a morte di Cinque.

 Sussurri e paure: chi sa, tace

Cosa succede quando il patriarca viene ucciso? Nella camorra, di solito, parte la rappresaglia. Ma nella famiglia Cinque, il dolore si trasforma in paura paralizzante. Le intercettazioni avviate dalla Squadra Mobile sulle utenze dei familiari della vittima (i figli Salvatore e Nadia, la compagna Patrizia Trotta, e i fratelli) svelano un quadro di rassegnazione e terrore.

I figli di Raffaele sanno benissimo chi ha premuto il grilletto. In diverse videochiamate, Salvatore e Nadia fanno un chiaro riferimento ai Bove, ma decidono di non farne parola con gli inquirenti per un insopprimibile timore di ritorsioni. Salvatore Cinque, figlio della vittima, si rifiuta persino di ricevere le condoglianze da soggetti vicini al gruppo avverso. Si rende conto che l’omicidio è stato una punizione per i pregressi “sgarbi” del padre, ma capisce anche di non avere la forza militare per scatenare una guerra.

Il crollo di un impero famigliare: tensioni tra marito e moglie

L’assenza di una reazione forte acuisce le tensioni all’interno della famiglia del defunto. Emblematica è la spaccatura che si respira nelle conversazioni tra i parenti, i quali ammettono amaramente: “nessuno era in grado di farlo [di vendicarsi, ndr]”.
Invece di imbracciare le armi, ci si chiude a riccio in dinamiche di diffidenza reciproca. L’omertà scende come una cappa di piombo su via dello Scirocco. La famiglia Cinque è isolata, schiacciata non solo dal lutto, ma dalla consapevolezza del predominio spietato della consorteria mafiosa avversaria, capace di agire indisturbata a due passi da casa loro.

 “Io vi uccido con le mie mani”: le minacce dal carcere

Il vero quadro della psicologia criminale di questa faida emerge però dalle parole dello stesso Giuseppe Bove. Ristretto nel carcere di Prato per altri reati (truffa), Bove non mostra alcun segno di redenzione, ma cova un odio cieco. I dialoghi intercettati con la fidanzata sono agghiaccianti e grondanti di minacce di morte rivolte alla stessa donna e ai suoi familiari.

Il ras dei “Polpetta” non usa mezzi termini e le sue frasi sembrano uscite da una sceneggiatura cinematografica, ma sono la cruda realtà dei verbali: “Vi devo far uccider… io vi uccido con le mie mani a tutti quanti quando esco! Vi do la mia parola”. E ancora, in un delirio di brutalità: “Mi devono sparare in testa… se io non prendo a mio zio, non vengo a casa tua là sopra… prendo a te, a tua madre, a tutti quanti! […] Io campero’ solo per voi! Io questa galera la sto facendo solo per voi!”.

Il libro nero della camorra

Ma è un dettaglio in particolare a far rabbrividire. Giuseppe Bove ammette di avere una vera e propria lista di proscrizione. “Io tengo tutto scritto… il libro nero… tutti quelli a cui devo farla pagare, mi sono segnato tutti i nomi… ma io vi sparo! […] La prima sera che esco devo fare l’inferno! Tanto i compagni mi danno l’appoggio…”, dice mimando il gesto inequivocabile di una pistola impugnata.

In questo “libro nero” ci sono i rancori, gli affari saltati, gli sgarbi territoriali e forse le vendette ancora da consumare. L’ordinanza cautelare fotografa un frammento di Napoli dove lo Stato arriva all’alba per arrestare, ma dove, per troppo tempo, l’unica legge in vigore è stata quella del calibro 7,65 e della paura. L’indagine magistrale condotta dalla Squadra Mobile ha chiuso il cerchio su “Sasà a Ranf”, ma il quartiere Stadera continua a respirare l’aria pesante di una guerra che ha soltanto cambiato capitolo.