Clan Di Lauro, la scissione silenziosa. «L’imprenditore» contro «Il soldato»

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L’ultimo episodio del nostro racconto sui nuovi assetti del clan Di Lauro, il più politico, svela le tensioni ai vertici della camorra di Scampia. Scarcerato tra il 2018 e il 2019, Raffaele “o’ Rocker” trova un clan Di Lauro profondamente cambiato, guidato da Vincenzo Di Lauro.

Ma Raffaele “o’ Rocket” non ci sta: i verbali del figlio pentito, Pasquale “Lallone” Paolo svelano la genesi di una fazione armata pronta a sfidare la cupola per riconquistare le vecchie piazze di spaccio.

Due visioni agli antipodi: Da una parte c’è Vincenzo Di Lauro, descritto dal pentito come “l’imprenditore”, che gestisce un negozio, vuole apparire pulito ed è fermamente contrario a “fare o’ burdell”, ovvero a scatenare nuove faide per riconquistare militarmente le vecchie piazze di spaccio. Dall’altra c’è Raffaele Paolo, un boss della vecchia guardia che non accetta il ridimensionamento territoriale.

La nascita della fazione armata: Il rifiuto dei Di Lauro di assecondare le ambizioni bellicose di Raffaele porta alla creazione di un gruppo autonomo. Non si tratta solo di una paranza di spacciatori. Pasquale Paolo fa una distinzione netta tra chi “faceva solo droga” e chi, come Gino Cioffi o Raffaele Guarracino, “stava ‘a sistema, cioè erano un gruppo armato pronto a reagire di fronte ad eventuali attacchi/ritorsioni dei Di Lauro”.

La fine di un’era: Le dichiarazioni di “Lallone” offrono quindi ai magistrati la chiave per disinnescare non solo una piazza di spaccio, ma una potenziale bomba a orologeria. L’ala di Raffaele Paolo si stava strutturando per una “pace armata” o, forse, per l’ennesima sanguinosa scissione all’ombra delle Vele.

L’epilogo delle confessioni di Pasquale Paolo, “o Lallone”, ci porta nel cuore delle dinamiche politiche della criminalità organizzata napoletana. È la cronaca di una scissione sfiorata, il racconto di come il divario generazionale e strategico all’interno dello stesso cartello criminale possa innescare conseguenze devastanti. L’ultima puntata della nostra inchiesta si allontana dalle rotte dei corrieri per addentrarsi nelle stanze dei bottoni del clan Di Lauro, tra il 2018 e il 2019.

Il ritorno a casa e il nuovo volto del clan

Quando Raffaele Paolo, alias “o’ Rockets”, esce dal carcere di Livorno, si aspetta di riprendere il proprio posto di vertice in un clan pronto a rialzare la testa. Ma il paesaggio criminale di Secondigliano e Scampia è mutato. Le sanguinose faide del passato hanno lasciato cicatrici profonde e attirato l’attenzione martellante dello Stato.

I nuovi vertici della famiglia Di Lauro, guidati in quel momento da Vincenzo Di Lauro, hanno adottato una strategia diametralmente opposta a quella dei vecchi padrini. Pasquale Paolo descrive questo nuovo corso con una sintesi perfetta:

“Vincenzo Di Lauro è conosciuto come l’imprenditore, ha infatti un negozio aperto in ‘Mezzo all’Arco’, vuole apparire pulito, ma sempre gli affiliati che fanno la droga per lui ci stanno. Fa la droga, è sempre il capoclan.”

Il business c’è ed è fiorente, ma deve essere invisibile. L’imperativo è mimetizzarsi nel tessuto economico legale, gestire i traffici sottotraccia ed evitare le armi. Una linea troppo “morbida” per chi, come Raffaele Paolo, aveva costruito la propria carriera militare sul controllo militare del territorio.

Il rifiuto di “fare o’ burdell”

Il punto di rottura si consuma su una divergenza strategica fondamentale: la gestione degli spazi perduti. Raffaele Paolo propone ai vertici di scatenare una nuova offensiva per riprendersi militarmente le piazze di spaccio sottratte dagli scissionisti anni prima. Una proposta che viene rispedita al mittente.

I verbali di fine giugno 2022 cristallizzano il momento esatto in cui le strade si dividono:

“Papà si distaccò perché venne a sapere che i Di Lauro non volevano ‘fare o’ burdell’, ossia riconquistare i territori e le piazze di spaccio perdute a seguito delle faide. Anche attraverso le guerre e le faide. Vincenzo Di Lauro era contrario e così mio padre costituì un gruppo.”

Le “imbasciate” (i messaggi diplomatici) falliscono. I Di Lauro, consapevoli che una nuova guerra porterebbe solo blitz e sequestri, impongono la pax mafiosa. Raffaele Paolo, sentendosi esautorato, decide di fare da solo.

“Stare ‘a sistema”: la nascita della costola armata

Costruire un gruppo autonomo all’ombra dei Di Lauro è un atto di estrema insubordinazione, che richiede una preparazione logistica e militare non indifferente. I riconoscimenti fotografici effettuati da Pasquale Paolo permettono agli investigatori di tracciare l’organigramma esatto di questa nuova entità ribelle.

Il boss aggrega intorno a sé veterani in cerca di riscatto e giovani leve. Tra i fedelissimi ci sono figure come Raffaele Guarracino (“Lelluccio o’ piccirillo”), Gino Cioffi e Vincenzo D’Avanzo. Ma l’aspetto più allarmante svelato dal collaboratore di giustizia è la ripartizione dei ruoli all’interno del nuovo gruppo. C’è chi si occupa esclusivamente della vendita di stupefacenti per fare cassa (come Massimino “a’ gallina”), e chi invece ha un ruolo ben più cupo.

“Stavano sempre tutti insieme, pure la notte. Massimino ‘a gallina faceva solo droga (cocaina), mentre gli altri stavano ‘a sistema, cioè erano un gruppo armato pronto a reagire di fronte ad eventuali attacchi/ritorsioni dei Di Lauro.”

La distinzione è chirurgica: “stare ‘a sistema” significa costituire l’ala paramilitare. Un commando in stato di allerta permanente, unito giorno e notte, pronto a difendere con le armi la propria autonomia dai tentativi di repressione della casa madre.

L’epilogo e il blitz

La potenziale miscela esplosiva innescata da Raffaele Paolo si stava addensando pericolosamente sulle strade del rione. Un gruppo scissionista, fortemente armato, determinato a riprendersi le piazze di spaccio e in aperto contrasto con i vertici storici del clan, era il preludio perfetto per l’ennesima carneficina camorristica.

È qui che il peso delle rivelazioni di “Lallone” si rivela decisivo. L’inchiesta giudiziaria, incrociando le memorie del pentito con i riscontri oggettivi delle intercettazioni telefoniche e ambientali dei Carabinieri, ha permesso di disinnescare la bomba a orologeria prima dell’esplosione.

I 18 arresti scaturiti dall’ordinanza cautelare non hanno solo decapitato una fiorente rete di narcotraffico interregionale, ma hanno smantellato un gruppo paramilitare in rampa di lancio. Un epilogo che ha impedito alla storia di Scampia di aggiornare, ancora una volta, il suo drammatico contatore di sangue.

4.fine