Fragola, polvere e camorra 2.0: l’impero della “cocaina rosa”, così il baby boss Patrizio Bosti Jr telecomandava il clan dal carcere

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Napoli, quartiere San Carlo Arena. C’è un cuore pulsante di cemento e asfalto che le forze dell’ordine chiamano, nei verbali, “i Porticati”. Qui, tra Piazza Gian Battista Vico e via Pier delle Vigne, le vecchie regole della camorra si sono fuse con le logiche del marketing globale. Non si vende più solo la classica “erba” o la cocaina bianca da tagliare alla meno peggio.

La nuova frontiera del profitto ha il colore dei fenicotteri, il profumo artificiale di fragola e un prezzo che seleziona la clientela alla radice: 400 euro a dose. La chiamano Tusi, o “cocaina rosa”. È la droga dei ricchi, il brand di lusso che ha riempito le casse del clan dei Porticati, guidato dal baby boss Patrizio Bosti Junior.

L’ordinanza di custodia cautelare firmata dal GIP Sabato Abagnale squarcia il velo su una holding criminale capace di rigenerarsi continuamente. Non importa se i capi finiscono dietro le sbarre: il network è fluido, i ruoli intercambiabili e lo smartphone diventa una succursale della centrale di spaccio.

Il tatuaggio sul bilancino: anatomia del “Brand”

Tutto comincia dallo schermo di un telefono. Quando gli esperti della Squadra Mobile effettuano la copia forense del dispositivo di Giorgio Marasco – braccio destro del boss e custode dei segreti del gruppo – si trovano davanti a una galleria fotografica esplicita.

Tre scatti in particolare catturano l’attenzione degli inquirenti. Ritraggono un avambraccio sinistro, marchiato da un vistoso tatuaggio con il volto di una donna. Quella mano sta maneggiando una sostanza polverosa, color confetto. Nei fotogrammi successivi, la polvere è su un bilancino elettronico di precisione. Il display parla chiaro: 85,6 grammi.

Dall’informativa della Polizia Giudiziaria:  «Detta sostanza non è facilmente reperibile sul mercato, viene sintetizzata direttamente nei paesi sudamericani ed il suo effetto è molto più potente della cocaina bianca: infatti per differenziarla viene tinta con un colorante alimentare al profumo di fragola. Questo passaggio fa aumentare il valore del tipo di stupefacente, grazie al suo colore inconfondibile, facendola diventare un vero e proprio brand.»

Un chilo di Tusi sul mercato all’ingrosso viaggia intorno ai 140mila euro. Roba per l’alta borghesia, per i party privati nei quartieri bene. Un business astronomico che necessitava di una gestione contabile rigorosa. Sempre nel telefono di Marasco, gli investigatori trovano la foto di un foglio a quadretti. Il titolo, scritto a penna, non lascia spazio a interpretazioni: “Agg Conti del mese di marzo”. Accanto, le colonne dei guadagni divise per “Pz” (pezzi) e i relativi totali in euro.

“Maglie piccole e maglie grandi”: i codici su WhatsApp

Per muovere la merce senza destare sospetti, i membri del clan avevano sviluppato un gergo commerciale apparentemente innocuo, legato all’abbigliamento. Il 23 marzo 2022, i sistemi di intercettazione registrano una chat WhatsApp tra Giorgio Marasco e un complice registrato in rubrica come “Pascal o nan”. Marasco invia due file audio per fare il punto sulle scorte ritirate e sulla contabilità.

Giorgio Marasco (in chat):  «Fratè, ho preso 5 maglie piccole e 2 maglie grandi. Ti mando i conti.»

Le “maglie”, per gli inquirenti, sono le confezioni di stupefacente tagliate e pronte per la distribuzione. Pochi istanti dopo, l’interlocutore risponde inviando la foto del foglio riassuntivo dei “pezzi” ceduti durante il mese.

Ma il clan non si limitava al digitale. Se c’era bisogno di ampliare il business, Marasco era pronto a fare da intermediario a tutto tondo, come dimostrano i frame del Video intercettato nel maggio successivo, dove lo si sente offrire un campionario completo a un potenziale acquirente:

Giorgio Marasco (in intercettazione video):  «Vedi che se hai bisogno io ti posso aiutare in qualsiasi modo… sia per quanto riguarda la roba [gli stupefacenti], sia se ti servono i ferri [le armi].»

La “Sala Regia” davanti all’Eurobet

Il cuore operativo dello spaccio al dettaglio si concentrava davanti alla sala scommesse Eurobet di via Pier delle Vigne. Lì si muovevano i “galoppini itineranti”, i pusher stradali come Mario Serlenga, noto negli ambienti come “‘O Zerl”. Ma un esercito di spacciatori non va da nessuna parte senza un quartier generale logistico. Quel ruolo spettava a Gaetano Galiero, il capo della cosiddetta “sala regia”.

Galiero era il centralinista del clan: riceveva gli ordini dai clienti, gestiva le rotte dei ragazzi di strada e pretendeva disciplina militare. Nessuno poteva permettersi il lusso di staccare il telefono o di non rispondere. Quando Serlenga commette l’errore di rendersi irreperibile, la reazione di Galiero è furiosa. I telefoni sotto controllo intercettano la strigliata in diretta:

Gaetano Galiero (voce alterata):  «Mario! Ma dove stai? Tu devi stare sempre reperibile e devi fare attenzione a questo telefono! Muoviti, vai subito a fare una consegna a quel ragazzo che ti sta aspettando vicino al tabaccaio, correggi questa situazione!»

La rete era monitorata passo dopo passo anche dai procacciatori di clienti del clan, come Gennaro Diano, che si muoveva sul territorio per intercettare la domanda dei tossicodipendenti della zona, indirizzandoli direttamente alla base logistica.

Gennaro Diano (al telefono con Galiero):  «Gaetà, puoi raggiungermi un attimo alla sala scommesse Eurobet? Vieni qua, c’è lo “Zio Giannino” [nome in codice per un cliente abituale] che ti sta cercando, ha bisogno.»

Un meccanismo che sembrava perfetto, interrotto solo quando gli uomini della Squadra Mobile, appostati tra le palazzine di San Carlo Arena, hanno documentato in diretta lo scambio: Serlenga che passa 2,19 grammi di marijuana a una cliente e riceve in cambio una banconota da 20 euro. Un arresto in flagrante che ha fatto crollare il pezzo inferiore del mosaico.

Il telecomando del carcere: le direttive di Patrizio Bosti Jr

La vera forza del clan dei Porticati, tuttavia, risiedeva nella sua capacità di non decapitare la catena di comando nemmeno di fronte agli arresti eccellenti. Quando il capo Patrizio Bosti Junior e il fido Marasco finiscono in cella, il gruppo non si disperde. I ruoli vengono ridisribuiti: chi faceva i furti passa allo spaccio, le vedette diventano corrieri. E gli ordini continuano ad arrivare dall’alto, direttamente dalle celle del penitenziario.

Nonostante le restrizioni carcerarie, Bosti Jr riesce a rimanere in contatto con i suoi colonnelli all’esterno, Gennaro Diano ed Emanuele Rubino. Le microspie captano una conversazione in cui il baby boss, dimostrando una visione imprenditoriale spregiudicata, propone di fare un salto di qualità criminale approfittando del vuoto di potere lasciato da un clan rivale, i Contini, indebolito da un recente blitz della polizia.

Patrizio Bosti Jr (dal carcere, intercettato): > «Ragazzi, ascoltatemi bene. Hanno arrestato a Paoletto ’o mongolo [Paolo Pepillo, affiliato al clan Contini]. La piazza di spaccio sua adesso è rimasta scoperta, l’hanno smantellata ma lo spazio c’è. Dobbiamo subentrare noi nella gestione di quella zona, dobbiamo prenderci noi quella piazza. Muovetevi.»

Un’espansione aggressiva che dimostra la resilienza di una struttura che si autofinanziava non solo con il traffico di droga, ma anche con reati predatori e truffe agli anziani.

Dietro la facciata patinata della “droga dei ricchi”, profumata alla fragola e instagrammabile nei telefoni degli indagati, restava però la violenza brutale della camorra ordinaria. Chi non pagava, o ritardava, subiva la lezione del clan. Come accaduto il 28 maggio 2022 a Piazza Nazionale, quando Marasco e i suoi complici individuarono un cliente debitore di 2.000 euro per una partita di droga non saldata. Non ci furono chat criptiche o linguaggi colorati: la risposta fu un’aggressione brutale in pieno giorno, per ribadire a tutti che sotto il rosa confetto della Tusi scorreva il solito, identico sangue della malavita napoletana.