Il richiamo del procuratore sulla capacità della camorra di infiltrar-si anche nel turismo conviene ascoltarlo senza retorica: è un avvertimento che mette sul tavolo una domanda semplice e scomoda, quasi da bar, ma necessaria: cosa possiamo fare prima che le indagini e gli arresti diventino l’unico strumento?
La risposta non è solo inquirente ma civile. Dietro un pacchetto vacanze, un investimento apparentemente innocuo o una nuova attività ricettiva ci sono flussi di denaro e relazioni sociali che, in assenza di controllo e consapevolezza, possono essere sfruttati. Piccole imprese stagionali, lavoratori precari, subappalti e pagamenti in contanti restano punti deboli. Non è una colpa dei titolari: è realtà strutturale del nostro tessuto economico.
Per questo la formazione degli operatori del turismo — albergatori, guide, tassisti, ristoratori — deve diventare parte integrante della strategia preventiva. Non serve trasformare chi lavora nell’accoglienza in investigatore, ma insegnare a riconoscere segnali di anomalia: transazioni sospette, pressioni indebite, soggetti che insistono per lavorare fuori dagli spazi formali. Occorre offrire quadri pratici su come segnalare, a chi rivolgersi, che documentazione conservare. Parallelamente vanno lanciate campagne informative rivolte ai visitatori su cosa segnalare e su come sostenere imprese trasparenti.
Queste azioni civiche si integrano con gli strumenti giudiziari: controlli fiscali mirati, misure patrimoniali, interdizioni e indagini rimangono fondamentali. Ma la sinergia tra prevenzione sociale e intervento giudiziario riduce la pressione sugli stessi tribunali e rende più efficaci i provvedimenti. Serve coordinamento tra uffici pubblici, forze dell’ordine e gli uffici comunali del turismo: protocolli semplici, sportelli unici per le segnalazioni e percorsi formativi certificati possono partire in via sperimentale nei quartieri più esposti della città e poi allargarsi alle province.
Non è un’operazione di facciata: è tutela del lavoro onesto e delle vittime silenziose di un’economia predatoria. I segnali arrivati in queste settimane non si combattono solo con la repressione ma con comunità più informate, operatori più preparati e turisti più consapevoli. Mettere la formazione civica al centro del piano anti-infiltrazioni non è moralismo, è pragmaticità: un investimento che protegge imprese, posti di lavoro e la reputazione di una regione che vive di accoglienza.
